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I dubbi di Matteo Renzi

Prima scartato, oggi cercato come "salvatore" dal suo partito. Ma dirà di no, e non per orgoglio - la trattativa Renzi-Bersani -

Pierluigi Bersani e Matteo Renzi durante la campagna elettorale (Credits: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images)

Il futuro, in Italia, ha questo di anomalo: che arriva sempre troppo tardi e quando arriva (ma potrebbe anche non arrivare mai) ha il sapore delle cose passate, delle occasioni perse. Non c’è paese al mondo nel quale vi siano più persone, anche valide, che nei più disparati settori della vita pubblica, professionale, politica e sociale possano dire: “Ho un radioso avvenire alle spalle”.

Rischia di essere così anche per Matteo Renzi. Le risorse o “riserve” della Repubblica hanno sempre, non si sa perché, i capelli bianchi. Si fa fatica a considerare i giovani. Sono sempre gli altri, quelli che per usare un altro termine trito si direbbero “collusi”, ad avere abbastanza esperienza e pelo sullo stomaco per vincere le selezioni. Ecco allora che Enrico Letta, un ex giovane, dice che Renzi è “la carta del futuro, che può competere con Grillo”. Quanto sia spostato nel futuro questo futuro, non si sa. Magari all’infinito.

Angelo Panebianco, sul “Corriere della Sera”, scrive che Renzi è troppo intelligente per non capire che il treno è passato. Potrebbe tornare, certo, ma intanto la corriera del 25 febbraio non l’ha caricato e si allontana lassù in fondo alla strada, imprendibile. Può sempre capitare che si fermi, tanto è malconcia e guasta, dietro la cunetta. Allora bisognerebbe in tutta fretta chiamarne un’altra.

Ma Renzi sarà “chiamato”? E risponderà all’appello? Ce la farà a essere considerato una “riserva della Repubblica”, a dispetto dei pantaloni alla zuava?

Certo è che il risultato delle elezioni, la mancata vittoria che rappresenta la peggiore sconfitta per il Pd di Bersani, nasce dalla “cortomiranza”, la vista di mira breve per cui il segretario del Pd ha creduto di poter vincere con i voti dei soli militanti di partito, dei tesserati, dipendenti e inquadrati.

Già in campagna elettorale, Bersani aveva tentato di coinvolgere in extremis l’avversario interno, il sindaco di Firenze, portavoce di una sinistra non chiusa nei recinti delle etichette, nei ghetti della storia, nelle recriminazioni del passato, nelle utopie della “narrazione” vendoliana. La sinistra di Renzi sarebbe stata capace di parlare anche al popolo del Pdl in virtù di un’immagine, di un crisma o carisma di novità, che l’avrebbe resa competitiva con lo stesso Beppe Grillo.

Ma quella frase di Renzi (“Saluto il Presidente del Consiglio, Pier Luigi Bersani”) era parsa più un de profundis che un alleluia.

E le telefonate di queste ore di Pier Luigi a Matteo rischiano di essere solo il gesto disperato di un mancato leader ridotto alla bocchetta del gas (o alla cornetta del telefono), costretto a implorare assistenza a quello stesso che ha battuto pochi giorni fa.

Perché Renzi dovrebbe starci? Perché dovrebbe togliere le castagne dal fuoco al segretario del Pd? Grillo ha ragione quando descrive Bersani come un “morto che cammina”.

In Italia si dimettono solo il Papa e Berlusconi. Tutti gli altri se ne stanno aggrappati alle loro poltrone finché riescono a tenersi a galla con un dito a un pezzo di legno. Certo, Renzi è “la carta del futuro”. Sempre che la carta non venga giocata a partita chiusa. O che Renzi stesso non voglia mettersi in gioco adesso. C’è solo un vero grande catalizzatore per i prossimi giorni e le prossime settimane: il Potere con le sue sirene, le sue tentazioni, il suo morbido abbraccio.

È il tempo dei mediatori, delle personalità di mezzo, che sono morbide per definizione. Cuscinetti.

Renzi, che non ha rotto col suo partito, che non si è avvicinato a Monti (anzi!), che si è tenuto defilato dalla campagna elettorale ma non se n’è del tutto estraniato, e che si è dimostrato leale verso i compagni che l’avevano stangato nelle primarie, Renzi che a Firenze aspetta il momento opportuno per dare la zampata, è il vero giaguaro. Più che “riserva della Repubblica”, Matteo Renzi è il 7° Cavalleggeri della politica italiana.      

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