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Undici pagelle per la partita più brutta

Le pagelle (sarcastiche) per chi la sera di Napoli - Fiorentina ha "giocato" dentro e fuori dal campo

Genny 'a Carogna – Credits: Ansa

Una sparatoria. Un giovane tifoso napoletano, Ciro Esposito, gravemente ferito. E poi disordini, risse, lanci di petardi. Alla fine, perfino un’anomala "trattativa" con gli ultras per decidere se giocare la partita. Sabato 3 maggio, allo stadio Olimpico di Roma, è andato in scena il peggio del calcio, minuto per minuto. E tutto senza che autorità e politici presenti reagissero in modo appropriato. Come alla fine di una competizione sportiva, ecco i voti (sarcastici) per chi ha "giocato" quella sera.

Genny ’a Carogna, alias Gennaro De Tommaso. Che carogna, a guardarlo, sembrava proprio. Non fosse che: il questore di Roma ha detto ufficialmente che all’Olimpico non ha fatto niente di male; il prefetto di Roma, pure; il ministro degli Interni: "Si è solo informato su come stava Ciro Esposito". Portava una maglietta disdicevole? Forse. Ma se non è reato invocare: "Battisti libero", o "Franzoni libera", allora nemmeno "Speziale libero" . Ufficialmente non ha minacciato, non ha sobillato. Per le maggiori istituzioni s’è portato da bravo guaglione, a dispetto della gestualità da Decimo Massimo Meridio, detto Ispanico. Genny ’o Damerino, lo chiameranno a Casal di Principe d’ora in poi (e per fortuna alla fine gli hanno imposto un Daspo da 5 anni). Un voto 9 per via dei tatuaggi. Se no, 10.

Angelino Alfano, ministro degli Interni: "Come Stato, siamo e saremo in grado di garantire l’ordine pubblico". Tre tifosi feriti, uno grave, sparatoria, scontri, fischi e petardi contro l’inno nazionale. Poteva almeno togliere quel "siamo". Adesso vuole dare il Daspo a vita ai tifosi violenti. Già, Angelino è così. Subito dopo che i persiani hanno invaso la Grecia, lui ficca l’elmo, si fa chiamare Leonida e parte con la fanfara per le Termopili. Voto: 7.

Matteo Renzi, presidente del Consiglio. Mi si nota di più se resto allo stadio? Mi si nota di più se me ne vado dallo stadio? Mettetela come vi pare, ma uno spot più efficace contro il decisionismo, nemmeno lo studio Testa. Alla fine è rimasto. Fortuna almeno che la sua Fiorentina ha perso. Napoleone Bonaparte era morto il 5 maggio. Lui, l’erede, si è fatto male il 3. E questo purtroppo è il suo voto.

Daniele De Santis, ultrà con la pistola. Certo, aspettiamo le indagini. Ma a 47 anni, figliolo caro, ancora coi fumogeni? Ancora a menare quegli altri, con l’artrosi che incombe? Avrà poi voluto uccidere, o difendersi invece dalla reazione dei colleghi imbecilli, chi lo sa, certo che De Santis la pistola la teneva. Peccato. Poteva andare allo stadio coi pop corn, o uscire con la sua bella, non giocando la Roma, ora gli tocca il rancio. Esito coerente, da perfetto ultracoglione. Che voto volete dargli, poveretto?

Pietro Grasso, presidente del Senato. Non si capisce mai cosa si nasconda dietro quel sorriso da miracolato che si porta appresso da quando l’hanno eletto. Tuttora non capacitandosi del culo che ha avuto, tentennava anche sabato sera. Voleva andarsene dallo stadio prima della partita. O meglio: "Avrei voluto" ha detto. Perciò è restato. Toccando a lui consegnare i premi, com’era ovvio dopo la terrificante trattativa stadio-mafia, non ha saputo trattenere il sorriso. Un 10? No, 11.

Giovanni Malagò, presidente del Coni. Alto, sempre bellissimo. Affascinante. Ancora sodo, dicono. E moderato. Perde la moderazione soltanto quando incrocia Giancarlo Abete, il presidente della Figc: "Qualcuno diceva che negli stadi non c’erano problemi, eh eh" sibila allora. Come dopo Napoli-Fiorentina. Ora ci pensa lui. Ci pensa, insomma, non esageriamo. Un 8.
Aurelio De Laurentiis, produttore, patron del Napoli. Doveva non ritirare la coppa, doveva cederla, doveva mangiarsela coi friarielli, gli hanno detto. Ora. Perché mai, in una partita regolare e in un ordine pubblico perfetto, come hanno stabilito unanimi le autorità, quel poveretto non avrebbe dovuto ritirare la coppa? Perché no. Quindi, 0.

Giuseppe Pecoraro, prefetto di Roma. Bravo. Bravo. Bravo. Non fosse che: vedi alla voce Massimo Maria Mazza, questore di Roma.

Marek Hamsik, mezza punta del Napoli, trattativista. Eccolo l’infame slovacco arrivato da Banskà Bystrica a pateracchiare in lingua con la camorra del carognone. Il Nicola Mancino della trattativa stadio-mafia. Quello del tunnel alla democrazia, della dignità sotto i tacchetti. E tace, il fintone. E ci vorrebbe Ingroia, per farlo cantare. Allontanarlo dunque, via da Napoli, cederlo, subito. E alla Sampdoria, no? Meno 1.
Massimo Maria Mazza, questore di Roma. Va capito. Perché lavorare con uno stratega come Alfano facile non dev’essere. Detto ciò. A Roma lo sapevano anche i sassi che il Trifoglio a Tor di Quinto è un centro sociale occupato dall’ultradestra. Che ci abitava De Santis. Che, poco più di un anno fa vi si erano dati convegno gli ultras di tutta Italia proprio per contestare il Daspo. Che l’arzillo romanista stava ancora lì, con altri arzilli romanisti. Che gli arzilli romanisti odiano gli arzilli napoletani. E che i napoletani, diretti allo stadio per la partita, sarebbero passati giocoforza davanti al Trifoglio di Tor di Quinto. E che De Santis, vedi mai, avrebbe provato a mostrarsi per lo scemo che era. E una panterina preventiva davanti al Trifoglio, signor questore, non potevamo metterla? No? Capisco... Un 9, di stima.

Giancarlo Abete, presidente della Figc. Faccia la pace con Malagò: placate insieme gli stadi, presidente, e pazienza se lui è più bello. Un 8 più.

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