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La nota di Re Giorgio, il bivio di Berlusconi

Le parole del Quirinale pongono il leader del centrodestra davanti a due domande, con due possibili risposte - la nota di Napolitano - le mosse del Pd - gli scenari giuridici -

Giorgio Napolitano e Silvio Berlusconi al Quirinale (credits: Franco Origlia/Getty Images)

Un presidente di garanzia. Quale garanzia? La garanzia per Silvio Berlusconi di non essere perseguitato anche dal Quirinale. Questo e nulla più di questo (ma è già tanto, visti i chiari di luna) il senso del bicchiere mezzo pieno visto o, meglio, intravisto perfino dai falchi del Pdl nel messaggio del presidente Napolitano.  

La sintesi migliore del bicchiere mezzo pieno la fornisce Giuliano Ferrara sul Foglio , descrivendo Napolitano come “contrario al carcere per l’ex premier Berlusconi, garante della legittimità delle critiche alla sentenza Esposito e della funzione centrale e di alternanza del movimento guidato dal Cav., non ostile entro condizioni certe a grazia o commutazione della pena”.

Andrebbe forse aggiunta la riproposizione di una necessaria riforma della giustizia. Ma qui si ferma il capo dello Stato, a metà del bicchiere (o del guado).

La sua nota è istituzionalmente impeccabile, quasi un piccolo capolavoro di diplomazia politica. La parte vuota del bicchiere riguarda il fatto che la sentenza è definitiva, va applicata e Berlusconi deve prenderne atto. Che bisogna smetterla di minacciare ritorsioni sulle istituzioni (come le dimissioni in massa dei parlamentari del Pdl), tanto il presidente non ha alcuna intenzione di sciogliere le Camere. Che la grazia va richiesta perché la prassi (se non la teoria) prevede che soltanto allora il Quirinale possa valutarla, col massimo rigore. Nessuno sconto per Berlusconi. Da un lato, quindi, Napolitano riconosce la legittimità del Pdl di scegliersi il proprio leader, e di conseguenza il problema della cosiddetta “agibilità politica” di Silvio Berlusconi. Dall’altro, ricorda che la possibilità per il Cavaliere di continuare a essere concretamente la guida del Pdl va studiata da lui stesso in modo che sia legittima, compatibile con l’esecuzione della sentenza.

Insomma, con la nota presidenziale Berlusconi incassa la non ostilità del Quirinale, ma il day after deve riservargli lo squallore di guardare in faccia la realtà inesorabilmente segnata dalla condanna definitiva in Cassazione: il conto alla rovescia verso la richiesta di affidamento in prova ai servizi sociali a partire dal 15 ottobre, un periodo effettivo di pena da scontare di 9 mesi (tolti l’indulto e gli sconti per buona condotta) e uno sbarramento giuridico fortissimo alla ricandidabilità per via della legge anti-corruzione della Severino. Ecco che sottotraccia il problema si riduce a un bivio di fronte al quale il Cavaliere si trova. Anzi, a un doppio bivio.

- Il primo. Accettare la condanna o ribellarsi.

Accettarla significa chiedere una misura alternativa al carcere e far partire la richiesta formale di grazia, intanto blindare il governo Letta e sperare che l’atteggiamento morbido lo aiuti a ammorbidire le prossime sentenze sul caso Ruby e gli altri. Oppure ribellarsi: affrontare il carcere o gli arresti domiciliari, sfidare ancora una volta i magistrati, scatenare la guerra al governo, appellarsi al popolo del Pdl e puntare al voto anticipato. Gianni Letta contro Daniela Santanché. È evidente quale sia l’opzione più conveniente per lo stesso Cavaliere: la prima. La seconda sarebbe un suicidio. Eppure, la seconda è quella che più risponde all’umore furibondo del “condannato”.

- Il secondo bivio. Continuare a essere il leader del Pdl e del centrodestra, o passare la mano.

Questa seconda alternativa è più complessa, perché non c’è dubbio che l’unico strumento in mano al Cavaliere per non soccombere definitivamente all’offensiva politico-giudiziaria è la leadership personale. Perciò la battaglia sull’“agibilità politica” diventa cruciale. La domanda è: sarà mai possibile che Berlusconi continui a guidare il Pdl, ma lavori pure per una successione vera e convinta? Il Cavaliere deve potersi fidare di chi raccoglierà il testimone. Ecco perché al di là delle assicurazioni pur sincere di non voler entrare in politica di Marina Berlusconi, sul “Foglio” Giuliano Ferrara, grande sostenitore della successione di Marina, insiste in un Ps: “Marina, we don’t take no for answer”. Al sodo: noi non ci arrendiamo, il tuo no non è una risposta.  

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