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No del Governo al tetto sulle pensioni d'oro

I "Tecnici" sono ormai senza vergogna mentre il paese è sempre più in crisi

Il Presidente del Consiglio, Monti, in Parlamento (Credits: LaPresse/Mauro Scrobogna)

Ma è proprio lunare, formidabile, ineffabile (in una parola, scandaloso) questo governo che con abominevole disinvoltura si prepara a mettere in mobilità gli statali, decurtare i buoni pasto, tagliare le tredicesime anche se forse una tantum solo per il 2012 (così dicono, ma se va avanti così finirà che dal 2013 gli italiani perderanno anche la liquidazione, già trattenuta dallo Stato in alcuni casi fino a oltre due anni) e poi a intervenire con la scure su servizi essenziali come la sanità e i farmaci, mentre le pensioni d’oro, quelle dei grand commis a riposo, no, quelle non si toccano.

C’era alla Camera un emendamento di Guido Crosetto, PDL, ex sottosegretario alla Difesa, che prevedeva una soglia insuperabile, vista la crisi, di 6mila euro netti al mese per le pensioni retributive e 10mila per le contributive. Ma no, da parte dei tecnici (cioè in buona parte grand commis, alcuni in pensione o fuori ruolo) è arrivata al massimo la disponibilità a prendere in considerazione il taglio più in là. Nessuna fretta, figuriamoci.

La tanto sbandierata spending review, quella che avrebbe dovuto portare a tagli consistenti negli sprechi della pubblica amministrazione, nonostante l’emergenza e i parecchi mesi di tempo che ha avuto il governo Monti per completare la ricognizione, è a tutt’oggi lettera morta. Si va al rallentatore, qui, mentre non si fa un passo sul pagamento dei crediti alle aziende e si preme sull’acceleratore delle imposte per risparmiatori, imprese e famiglie (dall’IMU alle accise sul carburante). Senza pietà.

Le aziende in Italia sono alla canna del gas e chiudono ogni giorno anche perché il governo tecnico non è riuscito a portare avanti le liberalizzazioni, le dismissioni, le privatizzazioni, una riforma decente del mercato del lavoro, quella della giustizia e, appunto, i tagli alla politica e agli sprechi. Senza contare le altre riforme dell’architettura costituzionale che ci dovrebbero consentire, quando andremo al voto, di eleggere un governo in grado di governare.

Nulla di tutto questo è alle viste. Ma, intanto, su una proposta sacrosanta e concreta come quella dell’onorevole Crosetto, certo largamente condivisa dall’opinione pubblica, il governo replica con il “niet”. A questo punto, qualsiasi soluzione punitiva come sono sempre le tasse, qualsiasi misura “lacrime e sangue”, sarà gravata da un deficit di giustizia e ragionevolezza.

L’irresponsabilità di quel “no” a limitare le pensioni d’oro riguarda non soltanto gli italiani che sono costretti ogni giorno a lavorare senza alcuna prospettiva di una pensione dignitosa per sé tra dieci o vent’anni, ma quelli che faticano per mettere insieme il pranzo e la cena perché gran parte del loro sudore va a ingrossare il serbatoio a cui i pensionati d’oro continuano e continueranno ad attingere, dai 50-60 anni in poi, in una misura che è diventata semplicemente immorale. E, spesso, conservando consulenze e altre prebende.

I poveracci si trovano così a rompersi la testa contro il muro per pagare vitalizi d’oro a chi usufruisce di privilegi insostenibili. C’è da chiedersi perché questi gentiluomini di tecnici si espongano a una simile vigliaccata. Non emerge forse un conflitto d’interessi, se guardiamo al curriculum da grand commis di molti componenti dell’esecutivo? Gente che mantiene lo stipendio base dell’amministrazione di provenienza, per esempio la magistratura, aggiunge indennità e ammennicoli e/o cumula la pensione (d’oro) a tutto il resto. La trasparenza non è stata fatta sino in fondo.

Sul “no” vergognoso al tetto per le “pensioni d’oro” s’infrange la residua credibilità di questo governo di sorrisi smaglianti, gaffe e battute da ricchi e da salotto, arroganza da alti papaveri blindati nei privilegi e nella miopia da burocrati miracolati. Mentre i pensionati, gli imprenditori, gli operai, i padri (e le madri) di famiglia sono costretti a rimboccarsi le maniche fino al collo, prima d’infilarlo in qualche caso nel cappio della disperazione e della follia. Vergogna.  

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