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Monti si dimette: evviva la 'gerontocrazia'

Il passo indietro del Professore chiarisce gli schieramenti in campo. Ma dov'è il rinnovamento? le ultime in diretta - un anno di Monti/Politica - un anno di Monti/Economia -

Il Presidente del Consiglio, Mario Monti (Credits: LaPresse)

Mario Monti annuncia le dimissioni e mette fine ai giochi. Con la vittoria di Pierluigi Bersani alle primarie del centrosinistra, la ridiscesa ufficiale in campo di Silvio Berlusconi e ora le dimissioni del Professore, che potrebbe mettersi alla guida dei cattolici di centro (pur senza correre personalmente nelle politiche, essendo già senatore a vita), l’Italia è di fatto entrata - sotto gli auspici del capo dello Stato, Giorgio Napolitano - nella fase terminale della sua lunga malattia repubblicana: la Terza Repubblica, ossia la quarta età. L’impero degli anziani. In termini tecnici: una gerontocrazia.

Napolitano ha 87 anni, Berlusconi 76, Bersani 61, Monti 69.  E siccome i due più autorevoli candidati alla successione di Napolitano (ormai a fine mandato e presto dimissionario per consentire a un nuovo presidente della Repubblica di designare il nuovo primo ministro) sono Giuliano Amato, 74 anni, e Romano Prodi, 73, ne consegue che l’età media dei vertici del Paese supera i 73 anni. Siamo ufficialmente e definitivamente in mano a ultrasettantenni che difendono gli interessi del loro blocco generazionale, con buona pace delle promesse e dei proclami di rinnovamento e ricambio d’età.

Forse non è questo il dato politico principale che emerge dall’annuncio di Monti di rassegnare le dimissioni subito dopo l’approvazione della legge di stabilità. Il senso tattico del gesto di Monti è quello di non voler restare un giorno di più oltre il necessario, dopo la “non fiducia” espressa dal PdL per voce del segretario Angelino Alfano nell’aula di Montecitorio. Ma la portata storica e sociale della sconfitta di Matteo Renzi nelle primarie del centrosinistra, e dello smottamento o riassestamento che ne è conseguito a destra come al centro, consiste nel mancato passaggio di consegne a una generazione e a uomini diversi da quelli che comandano da decenni. Tanto più che il capo della rivolta contro l’attuale nomenklatura, Beppe Grillo, ha pure lui doppiato la boa dei 64.

Viva l’Italia, quindi. L’accelerazione impressa da Monti con l’annuncio di dimettersi ci porterà al voto presto, forse già in febbraio. Cambia poco nel computo dei giorni (prima di quest’annuncio, era acquisito che si sarebbe andati al voto attorno al 10 marzo). Quel che cambia è che Monti non si è lasciato logorare e archivia la sua (prima) esperienza da capo del governo potendo dire di aver rappresentato il Parlamento intero e non una sua parte. Appena il gruppo del PdL, a Montecitorio, ha manifestato sfiducia, Monti ha infatti ritenuto di doversi fare da parte. È pronto adesso a sponsorizzare quel movimento al centro che negli ultimi giorni stentava a posizionarsi per l’inizio del Palio politico.

Troppi piccoli leader in cerca di primato, da Fini a Casini, da Passera a Montezemolo. Monti spiana tutti, e insieme dà forza alla lista che a questo punto gli sarà idealmente - se non formalmente - intestata. Toglierà spazio al PdL, a Berlusconi, alla sinistra moderata, allo stesso Grillo. O, vittima della radicalizzazione che si verrà a determinare in campagna elettorale, si limiterà a costituire attorno a sé un consenso che  - per quanto inferiore a quello di Bersani, Berlusconi e Grillo - funzionerà da collante e da ago della bilancia della prossima coalizione di governo.

Monti ha ottenuto, pigiando sull’acceleratore, anche altri risultati. Il primo è quello di avere attenuato la pericolosità dell’arma elettorale più insidiosa di Berlusconi: la rivolta contro la politica lacrime e sangue dei tecnici. Il secondo è collegato al primo: Berlusconi ha meno tempo per sviluppare la sua campagna elettorale e tentare di risalire nei sondaggi che danno il PdL per spacciato. Non a caso, era Bersani che insisteva ultimamente per una conclusione rapida e un accorciamento dei tempi della crisi (anche perché non vede l’ora di insediarsi a Palazzo Chigi).

A questo punto, gli schieramenti si chiariscono un poco. Berlusconi con il PdL e i berlusconiani, Bersani con il Pd e i vendoliani, Monti coi montiani (inclusi transfughi dal centrodestra), Grillo cogli internauti ribelli del web, i grillini. Al Quirinale, l’ex socialista Amato o il prodiano Prodi. E così ci ritroveremo tutti infelicemente traghettati non nel futuro, sull’altra sponda, ma nel passato, al punto di partenza.
E intanto avremo fatto i capelli bianchi.    
 
 

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