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Perché sul lavoro Matteo Renzi può tentare la svolta storica

Il vero potere del premier è il consenso post-ideologico generato. Studia da Blair e Schroeder, ma ha poco tempo per passare dalle parole ai fatti

E se uscissimo dal politichese, dai destini personali dei 30 diversamente dissidenti che nella direzione del Pd non hanno votato a favore di Matteo Renzi sul Jobs Act? Se prescindessimo dal bla-bla di 30 personaggi (su 130), carichi di medaglie ossidate dal tempo e che cascasse il mondo in gran parte resteranno al caldo dell’antica quercia democratica?

Proviamo invece a ragionare come se ci trovassimo di fronte a una svolta storica, sempre che Renzi riesca a tenere la barra dritta e non deragli come rischia (per esempio escludendo dalla riforma dell’art. 18 il licenziamento disciplinare). Proviamo anche a confidare che non si adegui agli alti moniti del Colle, che stando ad alcune indiscrezioni lo avrebbero spinto a non esacerbare i toni dello scontro con la Cgil.

Sì, va bene, i poteri forti e i poteri deboli. Ma il "potere" vero di Renzi sta nella vastità del consenso post-ideologico che è riuscito a generare attorno a sé. La sua battaglia riformista ha rotto le tradizionali barriere tra destra e sinistra, si propone di dare voce a quelli che “si spaccano la schiena” e “non hanno diritti”. Da un lato ci sarebbero i pensionati d’oro nullafacenti che intascano oltre al vitalizio anche ricche consulenze-scivolo, frotte di dipendenti a tempo indeterminato e cassintegrati che preferiscono la cassa integrazione al reintegro, l’alta dirigenza pubblica foraggiata con stipendi che tedeschi, britannici e americani neppure si sognano, e falsi invalidi e magistrati con ferie da liceali... Dall’altro abbiamo autonomi e partite Iva, piccoli e medi imprenditori, anche grandi imprenditori che rischiano in proprio e non si aspettano la protezione confindustriale, giovani che ce la mettono tutta ma restano con pugni di mosche in mano, e precari a vita, cervelli più o meno brillanti in fuga, disoccupati vecchi e nuovi, dirigenti dello Stato che non si rassegnano all’automatismo degli scatti d’anzianità e si guadagnano meriti senza soppesare le indennità.

Le parole di Renzi offrono una prospettiva, una speranza di cambiamento, purché non restino belle parole ma si traducano in fatti. In leggi, riforme, decreti.

Susanna Camusso, leader della Cgil, paragona Matteo alla Thatcher. La colpa di Renzi, agli occhi della sinistra sindacale, è quella di rappresentare “un’altra sinistra”. Una sinistra illuminata, che ha avuto i suoi apripista in Europa. Renzi come la “Lady di Ferro”? No. Il paragone più naturale è un altro, è quello con due leader della sinistra socialista europea che hanno introdotto nei loro Paesi le riforme di cui c’era bisogno. Il primo è Tony Blair, che mise fine a 18 anni di governo conservatore e fondò il “New Labour”, versione aggiornata del laburismo, socialdemocratica o liberal-socialista (lib-lab). Fu lui a consolidare la rinascita del Regno Unito dopo lo storico salvataggio della Thatcher. In carica per 10 anni, era cattolico come Renzi.

L’altro è Gerhard Schroeder, che arrivò al governo dopo 16 anni di guida cristiano-democratica di Helmut Kohl e la riunificazione della Germania. Lui non esitò a sfidare l’impopolarità (e a perdere le elezioni) realizzando una riforma sociale basata principalmente sulla flessibilità del mercato del lavoro. Riforma che ha consentito alla Germania di prosperare e dominare oggi in Europa.

Renzi non è ancora né Blair, né Schroeder. Sarebbe un bene per l’Italia se avesse la forza e la determinazione per diventarlo. Ha anche il vantaggio di un’opposizione “responsabile”. Finora ha mantenuto assai meno di quanto ha promesso. Ha ancora tempo, ma non troppo. A lui si oppongono la sinistra del Pd che si riconosce in Bersani (quello che voleva smacchiare il leopardo e fare il governo coi grillini) e in D’Alema (al quale nel 1997 non riuscì di cambiare l’art. 18 che ora difende), poi Sinistra ecologia e libertà di Nichi Vendola con la sua pomposa “narrativa” sindacal-epico-popolare da manifestazioni dell’84 della Cgil contro il blocco della scala mobile, e la Cgil della Camusso in rotta con la Cisl e arroccata a difesa dei privilegi (i sindacati non hanno bilanci pubblici e non applicano l’art. 18 ai loro dipendenti), ma anche i settori assistiti e salottieri di Confindustria (dai quali di volta in volta emergono imprenditori che si propongono come “salvatori della patria”, con potenziali liste di ministri da presentare al capo dello Stato in virtù di non si sa quale licenza costituzionale) e caste dell’alta dirigenza, soprattutto quella dei magistrati che misura la (propria) indipendenza sull’entità della busta paga.

Resta da capire da che parte sceglierà di stare il capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Sbaglierebbe se si schierasse a difesa della “memoria senza speranza che è solo nostalgia”, per dirla con Renzi. “Polvere e muffa”.
 

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