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Matteo Renzi contro Renzi Matteo

Ci sono due Renzi. C’è il primo che ha coraggio e rompe abitudini e tic consolidati a sinistra. E c'è il secondo che fa fuochi d'artificio che non dice dove andrà a prendere i soldi

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi – Credits: ANDREAS SOLARO/AFP/Getty Images

Mettiamola così: ci sono due Renzi. C’è il primo che compie passi politici assai rilevanti: è il segretario del Pd che incide col bisturi vent’anni di cancrena e che, vivaddio, ha finalmente il coraggio di dire ai tagliagole della sua parte politica di smetterla di eccitarsi quando viene notificato un avviso di garanzia; o quello che nella veste di premier rimette al loro posto i sindacati, pur col solito atteggiamento da bullo. Poi c’è l’altro Renzi, quello che si illude di poter andare avanti col governo mediatico. È quello che aspetta la domenica (noto giorno di vigilia che precede la sempiterna «settimana decisiva» o «cruciale», a seconda del giornalista che ci apparecchia il «pastoncino» nei tg) per andare in tv e cercare di aggiustare i mezzi disastri accumulati nei giorni precedenti a causa della «frenesia da annuncio», vera malattia del renzismo.

La comparsata catodica, tra ditini alzati e faccette strambe, è tutto un «faccio qui» e «faccio là» senza curarsi minimamente di indicare un capitolo di spesa dove trovare i miliardi. È un enorme fuoco d’artificio, basta vedere il can-can sulla distribuzione dei famosi 10 miliardi. È tale la confusione e l’indeterminatezza che potrebbe suonare profetica la frase attribuita da un quotidiano a un renziano doc: «Matteo Renzi spara razzi nel cielo… noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli, e che dettagli».

Ed è così che i bei propositi non reggono al primo contatto con la realtà. Al netto delle opinioni di ciascuno, infatti, il voto alla Camera sulle «quote rosa» riporta Renzi con i piedi sul pianeta terra. A Montecitorio si è rimaterializzato il fantasma dei 101, tanti quanti furono i parlamentari del Pd che impallinarono Romano Prodi nel segreto dell’urna dopo averlo acclamato festanti come presidente della Repubblica. Anche stavolta i deputati del Pd hanno voltato in massa le spalle al loro segretario (ieri Pier Luigi Bersani, oggi Renzi) dopo aver preso solennemente l’impegno di sostenere la parità di genere.
Il premier sconta così il peccato originale del suo esecutivo, nato senza legittimazione popolare, ma con una manovra di Palazzo: non c’è una maggioranza parlamentare che si ritrova coesa intorno a un uomo e al suo programma. Al netto delle mirabolanti promesse, l’unico fatto politico che resiste finora nel cammino dell’ex sindaco di Firenze è l’accordo con Silvio Berlusconi sulla legge elettorale. Al Senato, soprattutto nel Nuovo centrodestra, i sabotatori stanno già disseminando di mine il cammino della riforma, minacciano di non votarla e agitano il rischio di problemi strutturali per la tenuta del governo. Non è affatto da escludere che, causa numeri risicatissimi, a Palazzo Madama possa prevalere la strategia della demolizione.

Per questo Renzi deve far di tutto per mantenere la parola data e l’impegno preso. Altrimenti la storia politica di questo Paese si ricorderà di lui come di un leaderino che «sparò razzi in cielo». E nulla più.  

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