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La più brutta campagna elettorale della storia

Lupara bianca. Vivisezione. Gufi e sciacalli. Ebetini e buffoni. Che pena questa guerra a chi la spara più grossa, dove Grillo è il campione e  Renzi s'accoda. Bestiario elettorale

Beppe Grillo nella sala Aldo Moro durante le consultazioni del Presidente del Consiglio Matteo Renzi. Roma, 19 Febbraio 2014. ANSA/ GIUSEPPE LAMI

Lupara bianca. Vivisezione. Gufi e sciacalli. Ebetini e buffoni. Manette. Hitler. Oltre Hitler. Rivoluzione. Madre di tutte le battaglie. Parole, urla. Chi la spara più grossa. Quanta pena. L’Italia sta attraverso una delle fasi peggiori e più rischiose della sua storia, ma la campagna per le europee, nella quale si dovrebbe parlare di Europa (ed è il momento di farlo perché non è filosofia astratta ma la nostra vita), ci trascina in modo orrido verso le urne. Senza un’idea di contenuto. Senza un dibattito sul futuro. Senza una serenità di confronto che dovrebbe preparare un voto ragionato. Solo insulti, iperboli, paradossi, minacce. Un terrorismo delle parole che si fa terrorismo dei concetti. E della politica. Che senso ha dire, come ha fatto Grillo, che lui fischia l’Inno nazionale perché lo Stato non c’è e, se c’è, non deve avere le fattezze del poliziotto antisommossa o della cartella di Equitalia? E che senso ha dire, come ha fatto senza un sorriso il guru dei 5 stelle Gianroberto Casaleggio, che se vincerà Grillo cambierà il presidente della Repubblica? Chi lo cambia, Grillo?

Non è così che funziona. Il discorso pubblico è diventato un teatrale e del tutto assurdo psicodramma in cui le parole non significano più nulla, sono solo sfregi, incidono per la volgarità delle battute come negli spettacoli dei comici dozzinali che devono ricorrere allo sberleffo e all’oltraggio perché hanno smesso di far ridere con la sapienza della storiella edificante o della boutade ironica. Lo sfascismo è questo: esporre al patibolo, alla scure del boia, i capri espiatori, le vittime sacrificali confuse con i veri colpevoli. Il terrorismo dei processi sommari, l’arriga di improvvisati censori e giudici del popolo. Che senso ha la minaccia di Grillo per cui dal giorno dopo la presa del potere, Berlusconi andrà in galera o in Libano? Grillo non ha esitato a violare i sigilli di una baita (è stato condannato in primo grado per averlo fatto) e sembra non nutrire rimorsi che gli evitino di pronunciare con disgusto la formula “condannato in via definitiva” riferendola non a se stesso (per una vecchia condanna per omicidio colposo) ma a Berlusconi condannato per frode fiscale dopo vent’anni di confronto-scontro con la magistratura.

L’errore più grande, per i rivali di Grillo, sarebbe quello di cadere nella trappola di un linguaggio ridondante e violento. Chi lotta ogni giorno per mandare avanti la famiglia, per mettere insieme il pranzo e la cena, per farsi valere secondo i meriti e non soccombere alle raccomandazioni e al familismo, che cosa penserà mai di questa ignobile politica spettacolo in cui l’applauso e la risata sono il riflesso condizionato degl’insulti?

È questa la politica? È questa l’anti-politica? C’è da aver paura. Ma non per l’evidente follia che ci ha contagiati tutti. No. Per il narcisismo e per l’ignoranza che hanno conquistato palazzo e piazza. E che molti di noi avranno l’incoscienza di premiare il 25 maggio. Il naufragio del Titanic Italia non avrà neppure il conforto del suo quartetto d’archi, ma la colonna sonora di qualche abusato e eccessivo talk televisivo o blog “al vetriolo”.

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