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I tagli sui dipendenti pubblici? Comincino da lorsignori

Il governo e le forze politiche che lo sostengono potranno acquistare  credibilità soltanto se avranno il coraggio di toccare i privilegi della casta e dei dirigenti

monti

E adesso, mano alla scure per tagliare i dipendenti pubblici e le spese della pubblica amministrazione, in particolare nel settore disastrato della sanità. Sia chiaro, i 4,2 miliardi di minori uscite previsti attraverso l’applicazione della cosiddetta spending review del “risanatore” Bondi (con la speranza che non siano solo risparmi lineari ma oculati, eseguiti col bisturi) sono solo un assaggio di quanto si dovrebbe e potrebbe fare. Non sono molti. E non lo sono, soprattutto, nell’ottica dei “compiti a casa” che ci vengono chiesti dalle istituzioni europee (Commissione, BCE, partner).

I tagli al numero dei pubblici dipendenti sono dolorosi ma necessari, c’è da rabbrividire leggendo certi commenti (giusti) dal linguaggio asettico al limite del cinismo, che riprendono quanto dichiarato in anni passati da personaggi come l’ex primo ministro Amato sui “posti finti”. A proposito, tutti ricordiamo l’intervista a “Otto e mezzo” nella quale Amato ammise di incassare vitalizi per oltre 16mila euro netti al mese come se fosse la cosa più normale del mondo, e a Lilli Gruber che gli chiese se sarebbe stato disposto a ridursi la pensione replicò candidamente: “Non capisco la domanda”. Eppure, è vero che i tagli vanno portati avanti e che allora diventa delicatissimo (qui il ruolo di Monti non è più solo tecnico, ma squisitamente politico) individuare con esattezza i campi d’applicazione, le direzioni, le categorie predestinate a incarnare le voci del risparmio. A immolarsi. O a essere immolate.

Allora, dev’essere sì chiaro che se non facciamo adesso i tagli e non li facciamo in modo consistente e concreto, saranno molto presto la Banca centrale europea, la Commissione Europea e (dio non voglia) il Fondo monetario internazionale a imporceli, anzi a realizzarli in prima persona attraverso l’inesorabile assoggettamento dell’Italia in un “programma” e l’attribuzione alla troika della sovranità sulla nostra politica economica. L’ultimo Consiglio Europeo, in realtà, non ci ha fatto messi al riparo da questa prospettiva “greca”. O da pianto greco.

Al tempo stesso, però, è fondamentale che i tagli siano fatti con criteri di giustizia, perché se così non fosse ne risulterebbero non solo ingiustizie e dolori per tante famiglie italiane, ma anche tagli inefficienti (non legati a valide ristrutturazioni), rischi di disgregazione sociale e pericoli per l’ordine pubblico. Ecco perché il governo e le forze politiche che lo sostengono potranno acquistare credibilità soltanto se avranno il coraggio di toccare i privilegi, e non limitarsi a far pesare i sacrifici sulla media borghesia, sui poveracci o su chi non ha manici di potere.

Il guaio è che i decisori dei tagli sono esattamente quelli a cui i tagli dovrebbero secondo giustizia applicarsi per primi. Sarebbe assurdo, per esempio, salvare i cumuli d’incarichi e le consulenze per i pensionati d’oro, non porre un tetto a queste ultime, o tenere in piedi enti inutili e amministrazioni provinciali che (storicamente volute in Italia da una sinistra non ancora riformista e liberale) hanno contribuito a far lievitare i costi del carrozzone pubblico fino ai numeri insostenibili di oggi, e poi prendersela con i giovani, i più deboli, i padri e le madri di famiglia, i precari.

Si facciano quindi i tagli, perché è necessario e perché altrimenti saranno altri a farli per noi, ma li si faccia non dico con umanità, semplicemente con giustizia, senza salvaguardare per l’ennesima volta i privilegi della casta che, inammissibili prima, sarebbero indecenti oggi. Quando più di un giovane su tre è disoccupato, non si può più consentire che esistano schiere di intoccabili rispetto a privilegi e livelli di reddito che paghiamo tutti noi. Il primo tetto, quello che fa da pietra paragone a tutti gli altri nel pubblico, è quello tarato sui vertici della magistratura (un bello scudo per tutta la Casta). Gli italiani hanno dimostrato di saper fare i sacrifici. Stanno soffrendo, consumando di meno, gestendo i propri bilanci familiari con maggiore oculatezza. Stanno diventando calvinisti. Che facciano lo stesso, e anzi siano i primi a farlo, quelli che oggi sono chiamati a esercitare di fronte al paese una funzione essenziale, storica, di risanamento economico, di ristrutturazione complessiva e, soprattutto, di giustizia sociale.  

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