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Il Campidoglio specchio del declino di Roma

Quella che si sta conlcudendo è la campagna elettorale più moscia e noiosa per la storia della capitale. Che sprofonda, sempre più in basso, come i suoi politici

Marino, Alemanno, Marchini e De Vito, assieme sul palco di un confronto tv in vista delle prossime elezioni comunali di Roma (Credits: Ansa Claudio Peri)

E se fossero i romani il problema di Roma? Parafrasando il titolo geniale di un bel libro (“La Sicilia non esiste. Io lo so perché ci sono nato”), si potrebbe dire che a dispetto della sua eternità, “Roma è scomparsa. Io lo so perché ci vivo”. E mai come in questa indolente, quasi assente, campagna elettorale per il Sindaco della Capitale si può toccare con mano il declino di una metropoli e di un Paese. Ma, sia detto come premessa, la colpa è dei romani. Sono loro che l’hanno ridotta così. E i politici che si sono scelti.

Roma è diventata una pattumiera. Una discarica. Un luogo insicuro nel quale si spara in pieno giorno e di notte si tira di pistola sulle automobili con donne al volante. Ormai di eterno, a Roma, ci sono soltanto i lavori in corso, il traffico, la nostra cialtroneria e la storica cafoneria dei pizzardoni (i vigili). L’impunità, la corruzione, la sporcizia. Ci restano i carabinieri, ma non è una prerogativa di Roma. Sarà una descrizione sommaria, ma escludo che sia qualunquista. Lo so perché ci sono nato (e, ahimé, ci vivo).

Roma è diventata una delle meno vivibili capitali del mondo, un percorso a ostacoli nel quale per miracolo resistono “antri di splendore”. Qualche bella mostra, i monumenti di sempre (per lo più in rovina), qualche scorcio baciato da un tramonto che più rosa o arancione non si può e che ha fatto impazzire generazioni di stranieri e romani, ma che ormai non commuove più nessuno perché guastato dal cattivo odore e dalla fatica di vivere (io lo so perché Roma la subisco ogni giorno).

E la campagna elettorale è lo specchio di questa rassegnata indolenza fitta di fatiche quotidiane. Vincerà il meno peggio? Mah. Forse non esiste, il meno peggio. Gianni Alemanno, sindaco uscente, gode di pessima stampa, perfino peggiore di quanto meriti. Però i romani sono convinti (non senza ragione) che sia stato un cattivo sindaco.

I romani lo sanno perché giorno dopo giorno soffrono le lentezze, le incongruenze e il degrado, al centro come in periferia. Nessuno dei candidati è riuscito a scaldare il cuore degli elettori. Non Ignazio Marino, 58enne siculo-elevetico, un corpo estraneo, accompagnato da una fama non eccelsa come manager sanitario. Insomma, un chirurgo che ha abbandonato la professione, lasciando Pittsburgh dove lavorava, e si è buttato in politica, sempre però sotto tono. Sempre grigio. Seconda schiera. C’è Alfio Marchini, discendente 48enne di una schiatta di costruttori comunisti, per tutti “Arfio”. È quello che tra tutti i candidati ha l’immagine migliore, anche perché di bell’aspetto e con patina di novità. C’è l’avvocato 38enne Marcello De Vito, del Movimento 5 Stelle, tra i più informi grillini che si conoscano.

Alemanno batte strade e piazze abbracciando anziani e spostando fioriere (fratturandosi il piede), circondato da uno staff che non ha mai brillato e non ha mai cambiato. Eppure, Alemanno resta il più “riconoscibile” dei candidati. De Vito, accusato di scarsa aggressività verso il Pd e Marino, cerca in questi giorni di farsi perdonare denunciando l’abuso di derivati da parte delle amministrazioni (soprattutto di sinistra). “Arfio” ha denunciato un accordo sottobanco per convogliare i voti cinquestellati sul candidato democratico. Marino per distinguersi ha proposto di cancellare “capitale” dalla dizione “Roma Capitale” sulle auto della Municipale. Della serie: ecchìssene. Sai che idea.   

Poi ci sono altri piccoli candidati che (non) crescono. La micro-galassia di estrema destra capeggiata dai futuristi alla romanesca di Casapound. C’è un “pirata” che cavalca giustizialismo e anti-politica, alla sinistra di Grillo. Si faccia avanti il romano che sappia citare le proposte (serie) dei candidati per la città.

Il concetto non è più neanche “vinca il peggiore”, ma “vinca chi capita”. Il fascio, lo sfascio. Arfio, Gianni, Ignazio chirurgo che gioca alla politica, De Vito il grillino spento con cognome da attore italo-americano. Tanto, il vero “sindaco de Roma” è un altro. È Francesco.

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