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Panico nel Pd, alle Europee M5S avanti nel Lazio

Renzi giovedì a Roma senza Ignazio Marino. I retroscena della campagna elettorale del partito ex Pci

Ignazio Marino e Matteo Renzi si stringono la mano davanti al Campidoglio – Credits: Massimo Percossi/Ansa

La notizia ufficiale è arrivata solo ieri: Matteo Renzi sarà a Roma giovedì prossimo per una pre-chiusura della campagna per le elezioni europee del 25 maggio (quella nazionale è in programma il giorno dopo a Firenze) in piazza del Popolo.

Fosse stato per lui - che reputa il Pd laziale, e soprattutto quello romano, “il peggiore d'Italia” - la tappa capitolina poteva benissimo essere saltata. Ma visto l'andazzo, il segretario-premier ha capito di dover dare lo sprint a una lista che nella circoscrizione Centro ancora arranca tentando, al contempo, di strappare la scena a Beppe Grillo atteso a Milano nella stessa giornata.

All'orizzonte si profila infatti un clamoroso risultato. Se a livello nazionale il Pd mantiene ancora un risicato vantaggio sul Movimento5Stelle, nel Lazio il primo partito sarebbe al momento quello dell'ex comico. A fotografare il sorpasso alcuni sondaggi che già da diverse settimane tengono in fibrillazione l'entourage democratico.

Tuttavia, secondo qualcuno, a puntare su un risultato deludente sarebbero addirittura alcuni esponenti locali del partito. Ai quali, per riguadagnare visibilità e quel po' di terreno perso per “colpa” della pretesa autonomia del sindaco di Roma Ignazio Marino, non dispiacerebbe che Renzi, perdente o vincente solo di misura nel Lazio, decidesse l'azzeramento dell'attuale establishment (di cui magari hanno fatto parte fino a qualche mese fa), la scadenza anticipata dell'amministrazione Marino e il voto anticipato nel 2015 con un candidato magari donna, magari giovane, magari romana, magari ministro, magari ex bersaniana convertita alla Leopolda, magari – come ha scritto due giorni fa Repubblica - Marianna Madia.

Magari Repubblica ha corso troppo, tuttavia giovedì, sul palco con Renzi, Ignazio Marino non ci sarà. Un po' perché si dice che la sua presenza rischia di essere controproducente, un po' perché Matteo non lo regge più. Le polemiche legate al famoso decreto Salva-Roma, a Malagrotta e al salario accessorio, hanno infatti compromesso irrimediabilmente il rapporto tra i due.

Per il Salva-Roma il sindaco era arrivato addirittura a minacciare il blocco della città se da Palazzo chigi non fosse arrivata una soluzione. “Non voglio fare l’amministratore liquidatore – si sfogò allora Marino - ma governare”. Parole che non piacquero affatto al premier, “le preoccupazioni che animano il sindaco di Roma sono assolutamente comprensibili – fu infatti la replica di un infastiditissimo Matteo Renzi - il tono che ha usato assolutamente no”.

Sul salario accessorio (quella parte dei salari che i lavoratori pubblici dovrebbero percepire a determinate condizioni ma che a quelli capitolini in questi anni è stata elargita a pioggia, non certo per colpa di Marino), per scongiurare lo sciopero generale di lunedì prossimo, sempre il primo cittadino è stato costretto a invocare, di nuovo, l'intervento del governo che, vista la coincidenza con le elezioni, ha dovuto concedere, non senza lanciare segnali d'irritazione, il via libera all'erogazione delle 2-300 euro in discussione anche nei mesi di maggio e forse giugno.

Infine Malagrotta. La prossima settimana scade l'ordinanza che Marino firmò a gennaio per prolungare il conferimento di 1.300 tonnellate quotidiane di mondezza negli impianti sequestrati alla Colari di Manlio Cerroni, il re della spazzatura finito in carcere con l'accusa di associazione a delinquere e traffico di rifiuti. Ora, per evitare che Roma affoghi nei suoi rifiuti, dal momento che l'ordinanza non è rinnovabile, dovrà essere trovata un'altra soluzione. Marino spera che, con un ennesimo decreto ad hoc, il governo disponga la requisizione degli impianti Tmb. Ma il favore non è scontato visto che tempo fa l'esecutivo aveva già detto di no alla richiesta del Comune di nominare un nuovo commissario straordinario.

Insomma, a dieci giorni dal voto, a Roma si incrociano due tentazioni opposte. Quella del sindaco, già accarezzata all'inizio della sua sindacatura, di fare uno sgambetto a Renzi imbarcando nella sua squadra qualche grillino (ultimamente si parla di una presunta rottura tra il primo cittadino e il suo vice Luigi Nieri e di un'uscita di Sel dalla maggioranza) e quella di Renzi di indebolire ulteriormente il sindaco, costringerlo alle dimissioni e conquistare una piazza che, almeno fino a qualche mese fa, gli era stata, contraccambiata, particolarmente ostile.

E visto che tra i due litiganti si sa già come spesso va a finire, non è in fondo così azzardato immaginare che ad approfittarne possa essere il terzo incomodo, quello che da settimane va ossessivamente ripetendo "Vinciamo noi" e che, tutto sommato, ha buone ragioni per crederci anche.

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