Siamo ancora dentro l’11 Settembre. La guerra che covava da anni, i cui segni premonitori concreti si erano dipanati a lungo tra attentati, sequestri di persona e decapitazioni a danno di americani, ebrei e occidentali, è una guerra che come un uragano ha investito prima New York, distruggendone l’icona stessa del potere finanziario globale, le “altissime Torri”, le Twin Towers, le Torri Gemelle, poi Londra, Madrid, Parigi, Bruxelles…

Anche noi, da quel lontano ma in realtà ancora presente 11/9 (o 9/11, come viene tragicamente abbreviato negli Stati Uniti), siamo stati colpiti e non siamo ancora invulnerabili.

Insomma, la guerra cominciata l’11 Settembre 2001 non è conclusa. Ed è una guerra che sin dall’inizio ha manifestato il suo carattere “spirituale”, il suo connotato di guerra religiosa che soltanto noi occidentali, con la nostra cultura ardentemente laica, ci ostiniamo a non voler riconoscere come tale.

C’è un testo poco conosciuto, pubblicato in Italia da Verbarium-Quotlibet, intitolato “Terrore al servizio di Dio” (sottotitolo: “La ‘guida spirituale’ degli attentatori dell’11 Settembre 2001”), che illumina le motivazioni profonde di terroristi seguaci di un’interpretazione letterale del Corano.

Manifesto religioso e insieme politico i cui pilastri concettuali ritroviamo lungo tutto il percorso del terrore “in nome di Allah”, dall’11 Settembre e dalle grotte afgane di Bin Laden capo carismatico di Al Qaeda fino alla capitale di un neo-Stato a Raqqa, lo Stato Islamico di Al-Baghdadi tra Siria e Iraq con le sue propaggini in Nord Africa, attraverso la galassia di altre sigle islamiste in tutte le sfumature di violenza criminale a sfondo religioso.

Quel testo spiega la determinazione suicida dei 19 giovani attentatori del 9/11. Quel testo è servito come guida e come incitamento a compiere fino in fondo la terribile missione che avrebbe portato all’uccisione di quasi 3mila persone e alla ferita al cuore dei simboli del potere americano, anzi occidentale: Torri Gemelle e Pentagono.

Muhammad Atta, che conduce il primo aereo contro la Torre Nord del World Trade Center era partito da Portland per Boston, qui era salito su un aereo diretto a Los Angeles ma una delle sue due borse rimase a terra.

Due documenti furono rinvenuti all’interno. Un testamento in inglese del 1996, in cui stabiliva il destino del suo corpo dopo la morte e i rituali per non profanarlo, e un testo in arabo scritto a mano in cui descriveva le fasi degli attentati in modo che ciascuna corrispondesse a precise recitazioni e rituali.

Già nelle prime righe di quelle quattro pagine c’era il senso della guerra che cominciava: “Ricorda la battaglia del Profeta… contro gli infedeli quando costruiva lo stato islamico”.

In quelle prime righe c’era quindi il nesso che avrebbe fatto dipanare lungo i 16 anni dall’11 Settembre 2001 a oggi la terza guerra mondiale, l’asimmetrica guerra del terrore condotta ormai fin dentro le nostre città in Europa.

E non ancora finita. Quindi l’unico modo per ricordare l’11 Settembre è capire in tutte le sue possibili conseguenze che la guerra non è alle nostre spalle ma attualissima, e che a dispetto di tutte le letture “politicamente corrette”, si tratta di una guerra di valori, di religione, com’era e è nelle intenzioni e nelle motivazioni dell’aggressore.

E che l’unico modo per vincerla è prenderne atto e non concedere nulla a quell’altra lettura, ideologica e complottista, che distribuisce equamente le responsabilità e nega radicalmente la natura “spirituale” dell’attacco alla libertà.

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