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Caro Monti, non succhiare dalla pensione degli altri

Toccare le "super" pensioni è allo stesso tempo un fallimento ed un tradimento

Il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ad un convegno (Credits: AP Photo/Antonio Calanni)

La tua opinione è un fatto

Alla tenera età di 69 anni mi sono scoperto un «indignado». E mai avrei pensato di diventarlo. Ma dopo avere letto le «novità» che riguardano i pensionati da 3 mila euro lordi al mese mi sono ricreduto. Con la mia stupefacente pensione guadagnata dopo 42 anni di lavoro, tra l’altro, riesco ad alleviare le sofferenze e la mortificazione di mio genero, attualmente senza lavoro dopo essere stato incluso in una ristrutturazione aziendale. Ma che ne sanno di solidarietà i signori tecnici al governo? Nulla. Ed è anche per questo che mi indigno.
Lettera firmata, Milano

Il ricorso di giornali e televisioni ai superlativi o a prefissi semantici come «super» o «extra» per descrivere una condizione umana ci dice molto (anzi moltissimo, tanto per restare in tema) sullo stato dei tempi. E in tempi di crisi, di pil in caduta libera, di contrazione dei consumi, insomma in questo complicatissimo tempo che ci tocca vivere chi riceve una pensione di 2.200 euro netti al mese viene additato come «superpensionato». Il che, di conseguenza, lo pone immediatamente come appartenente a una categoria di privilegiati (i «ricchi» pensionati, appunto) e quindi ne fa un soggetto da colpire, da vessare, da umiliare fiscalmente. Come se già non bastassero le trattenute da 800 euro al mese che il nostro «superpensionato» versa allo Stato. Non bastano. Perché il «superpensionato» dovrà essere pronto a rinunciare all’indicizzazione del suo assegno per fare fronte al più grande pasticcio politico che la storia ricordi: la vicenda degli esodati.

Tutto ciò è più che ingiusto: è insopportabile. Nei confronti di chi ha lavorato per 35 o 40 anni e che, oltre a pagare diligentemente tutte le tasse, ha versato mensilmente nelle casse previdenziali una parte importante del suo reddito, lo Stato, e chi lo rappresenta, dovrebbe nutrire un solo sentimento: la riconoscenza. Accanirsi su questi soggetti rappresenta insieme un tradimento e un fallimento. È il tradimento di un patto e lo scempio di un diritto acquisito. Ed è il fallimento politico di un governo che comincia ad apparire fortissimo con i deboli e debolissimo coi forti. I 100 milioni di euro che si vogliono togliere dalle tasche dei «superpensionati» dovevano essere recuperati, assolutissimamente, dal taglio di spese e privilegi. E invece l’esecutivo del pasticcio esodati ha accettato per l’ennesima volta il principio che una nuova spesa si finanzia con altre tasse e non con tagli di vecchie e inutili spese.

È un nuovo passo nel vicolo cieco di una politica che continua a deprimere i consumi e a mortificare le possibilità di crescita. D’altronde, rifletteteci, alla definizione di «superpensionato» si è arrivati sulla scorta del fatto che con 3 mila euro si percepisce sei volte il minimo della pensione Inps: 480,53 euro. Che non è una pensione né garantisce il necessario per sopravvivere: è un’elemosina che spesso obbliga chi la riceve alla mortificazione di affidarsi alla carità altrui.

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