L'ultimo bluff

La tanto sbandierata rivoluzione annunciata da Renzi avrà piuttosto il suono striminzito di un petardo

RENZI-D'ALEMA, C'ERAVAMO TANTO ODIATI ORA NON PIU'

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi – Credits: ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Titoli di apertura di alcuni quotidiani di martedì 30 settembre. «Articolo 18, vince Renzi», la Repubblica. «Art. 18, via libera a Renzi», la Stampa. «Art. 18, vince Renzi: sinistra in tilt», il Messaggero. Letti questi titoli, un cittadino deduce che sulla disciplina dei licenziamenti siamo di fronte a un cambiamento epocale. Il che non solo non è vero, ma è una vera e propria balla. Perché la rivoluzione annunciata da Matteo Renzi prevedeva di limitare il reintegro ai licenziamenti «discriminatori» e il solo indennizzo economico per quelli disciplinari.

Il che avrebbe significato stabilire (finalmente) una certezza fondamentale per aziende e lavoratori sottraendo ai giudici l’ambito interpretativo che consente alla magistratura di sindacare i motivi del licenziamento «disciplinare» con possibilità di reintegro.

E invece non sarà così. In definitiva la tanto sbandierata rivoluzione avrà piuttosto il suono striminzito di un petardo, che inciderà poco o nulla nella lotta alla disoccupazione. A Renzi bisogna riconoscere di aver fatto cadere in un trappolone quei dirigenti del suo partito che, con una reazione tipicamente pavloviana da veterocomunisti, hanno iniziato a sbraitare di fronte alla semplice possibilità che un simbolo (l’art. 18) venisse messo in discussione. Ci sono cascati come allocchi, quelli della minoranza.

E il giovin Matteo ha avuto gioco facile a metterli in un angolo e a picchiargli in testa come fanno i pugili con avversari avventati e per di più con i muscoli cadenti. Ma se va dato atto al premier di aver rotto le catene che su questo tema vincolavano la sinistra, Cgil compresa, non può nascondersi il dato reale di tutta questa vicenda: non si è costruito niente. La maramaldata di vedere schiantati i vari Bersani, Civati e D’Alema oltre a un pezzo importante del sindacato nasconde il grande, enorme limite del renzismo: procedere attraverso l’abbattimento di simboli che però non incidono in alcun modo nel tessuto reale e produttivo. È stato così con gli 80 euro (versati a 11 milioni di italiani, ma pagati dai restanti 50 con nuove tasse), con la finta abolizione delle province, con la telenovela dello Sblocca Italia che per Bankitalia rischia di avere l’effetto opposto rispetto agli auspici: allungherà i tempi, farà crescere i costi ed esporrà la gestione delle opere a rischi di corruzione.

Le picconate di Renzi, in definitiva, non hanno avuto alcun effetto sulle grandi oppressioni che frenano lo sviluppo. L’oppressione fiscale, quella giudiziaria e quella burocratica sono rimaste intatte. Rifletta Renzi: molte catene sono state spezzate, è vero. Ma se si continua a rompere e a non costruire, di questo nostro Paese rimarranno solo le macerie.

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