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Panorama: basta giochi sulle intercettazioni

L'editoriale in edicola del Direttore, Giorgio Mulé, sulle telefonate tra Napolitano e Mancino -Tutto sulle intercettazioni -

La copertina di Panorama in edicola dedicata alle telefonate tra Napolitano e Mancino

Basta giochi, fine dei giochetti. Panorama ha deciso di infrangere la grande muraglia dell’ipocrisia che circonda le telefonate tra Giorgio Napolitano e Nicola Mancino per un motivo semplice: è in atto il malcelato tentativo di delegittimare la figura del presidente della Repubblica e soprattutto l’istituzione che rappresenta attraverso uno snervante e pericolosissimo gioco venuto ormai chiaramente allo scoperto. Facciamo un passo indietro.

È stato Panorama a rivelare, in giugno, l’esistenza di telefonate tra Mancino e Napolitano intercettate dalla Procura di Palermo. Lo scoop venne inizialmente ignorato (capita spesso nel provincialissimo mondo della stampa italiana) o,
peggio, degradato alla categoria «veleni». Dopo pochi giorni fu il pubblico ministero Nino Di Matteo, uno dei titolari dell’inchiesta, a confermarne l’esistenza con un’intervista a Repubblica e ad aggiungere che quelle intercettazioni non
erano «minimamente rilevanti» per le indagini.

Da quel momento è partito il gioco di indovinare il contenuto delle conversazioni. Siccome c’è di mezzo il Quirinale e non l’odiato Silvio Berlusconi (nei confronti del quale va ricordato che La Repubblica, prima di rimanere parzialmente fulminata sulla via del garantismo, pubblicò e fece ascoltare decine d’intercettazioni private e ritenute dai pm «totalmente irrilevanti»), si è proceduto con passo felpato. E quindi niente nastri buttati in pasto ai lettori, ma dotte «ipotesi di scuola» o alte disquisizioni in editoriali e articoli su Repubblica e sul Fatto quotidiano con esempi apparentemente campati in aria ma che, guarda caso (come raccontiamo nell’inchiesta da pagina 60), corrispondono proprio a quanto ci sarebbe nelle bobine gelosamente custodite, si fa per dire, nelle casseforti della irreprensibile procura palermitana.

Il disegno è fin troppo chiaro: tenere sulla corda il presidente della Repubblica in un momento straordinariamente delicato per il Paese e con la data delle elezioni da fissare. Il giochino è semplicissimo, quasi elementare: poiché il Quirinale non potrà mai smentire nulla (sia perché formalmente su quelle intercettazioni c’è il segreto assoluto sia perché chi fa finta di non sapere si nasconde dietro la comoda formuletta della «ipotesi di scuola»), viene sin troppo facile, a chiunque voglia avanzare un ricatto politico, insinuare, ammiccare e subdolamente sostenere che magari Napolitano ha espresso al telefono giudizi diversi da quelli solitamente pronunciati in pubblico.

Insomma, che il capo dello Stato sarebbe in definitiva un uomo falso del quale non ci si può fidare. Ecco la manovra.

Una manovra per delegittimarlo, per assimilarlo a «tutti gli altri» e fare precipitare così la sua credibilità. Le brigate del nulla hanno bisogno, assoluto bisogno, di demolire l’avamposto istituzionale rappresentato da Napolitano per consegnare il Paese a quelli che ai loro occhi sono gli unici, degni rappresentanti dello Stato: i magistrati e, segnatamente, alcuni pubblici ministeri.

Questa manovra al confine con l’eversione necessita di una tensione sempre alta sull’argomento Quirinale. Un esempio. Il 22 agosto, nella sede dell’Associazione della stampa estera a Roma, vengono convocati tutti i corrispondenti stranieri. Davanti a loro si presentano direttore e vicedirettore del Fatto accompagnati dal procuratore aggiunto antimafia di Palermo Vittorio Teresi (perché? Che cosa c’entra?). I tre consegnano l’immagine di un Paese di gran lunga più illegale del Guatemala (non s’offenda il dottor Antonio Ingroia) dove i magistrati vengono perseguitati e le inchieste volutamente affossate dal potere politico. Teresi non è tra coloro che hanno firmato l’atto di conclusione dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

A rigor di logica non dovrebbe sapere nulla delle telefonate tra Napolitano e Mancino, al netto di un’informazione generica dovuta al ruolo che ricopre a Palermo. Leggete invece le righe che seguono, copiate dal resoconto pubblicato dal Fatto:

«Chiarisce Teresi: “Solo il telefono di Mancino era sotto controllo. È chiaro che se lo chiama Napolitano viene ascoltato pure lui”. “È stato dunque il presidente ad alzare la cornetta?” domandano in coro alcuni giornalisti francesi.
“Non posso dirlo” si schermisce Teresi». Quella di Teresi è un’ipotesi di scuola, ci mancherebbe.
Neppure lui in teoria può sapere se Napolitano ha chiamato Mancino, per via del famoso segreto assoluto. Ma ammesso che Napolitano abbia chiamato un vecchio amico come Mancino, e non viceversa, qual è il problema?
Dov’è il reato? Perché allora Teresi prima si sente in dovere di indottrinare i giornalisti stranieri con l’«ipotesi di scuola» e poi arretra con il suo «non posso dirlo»?

Bene, questo non detto serve unicamente a lasciare un alone di mistero, contribuisce a rendere tutto torbido, autorizza a pensare chissà quali congetture nella mente di giornalisti poco avvezzi al nostro manicomio giudiziario. Rileggete allora la messe di dichiarazioni e interviste rilasciate negli ultimi mesi da Ingroia e dal pm Di Matteo. Al pari delle parole di Teresi, fanno parte di un linguaggio che appartiene alla peggiore cultura siciliana, quella basata sull’allusione, sull’insinuazione e, soprattutto, sulla collaudata tecnica del dire e del non dire. È un milieu che corrisponde a tanti articoli pubblicati in queste settimane.

A differenza di questi, Panorama riferisce di indiscrezioni che ormai circolano in modo sempre più insistito senza nascondersi dietro il comodo paravento dell’esempio campato in aria. Il presidente della Repubblica avrebbe espresso giudizi taglienti e parole forti nei confronti di Berlusconi, Antonio Di Pietro e su alcuni magistrati. Parole forti che comunque appartengono alla sfera di una conversazione privata e alla libertà di tutti i cittadini.

Nei palazzi che contano e nelle redazioni dei giornali molte di queste indiscrezioni sono note, ma si preferisce presentarle negli articoli come «ipotesi di scuola» più o meno ammiccanti.
Ne abbiamo avuto abbastanza: basta giochetti. Chi sa parli. Le ipocrisie e le allusioni fanno solo il gioco dei ricattatori.

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