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Sull’Ilva di Taranto il governo batta un colpo

Tutti sapevano; la magistratura ha preso il posto (vacante) della politica. Che ora però deve dare un segnale

La Ilva di Taranto, in bilico tra chiusura e sopravvivenza (Credits: Whiroo - LaPresse)

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Non difendo l’Ilva, ma mi sembra che si stia discendendo una china pericolosissima, cioè che si stia andando verso la dittatura di una categoria caratterizzata da una sorta di delirio di onnipotenza che si arroga il diritto di voler determinare l’esistenza dei cittadini sulla base di una costruzione astratta, il Diritto, adattata, spesso, a esigenze non della collettività ma di parti di essa.
Francesco Bossoni

Se una questione nazionale di politica economica e industriale non viene gestita dal governo della nazione ma viene lasciata al freddo – e spesso miope – destino disegnato dal Codice penale, il risultato è quello dell’Ilva di Taranto. La chiusura dello stabilimento dove si produce acciaio è una non notizia, tanto era annunciata da mesi. Si attendeva infatti solo che, nell’assenza della politica, la magistratura premesse il pulsante «stop», come puntualmente è accaduto.

Ma la politica, oltre che colpevolmente assente, è stata volutamente impotente. Nell’insensatezza di un governo tecnico che si scopre politico a corrente alternata, si è balbettato troppo a lungo con il risultato di fare degenerare la situazione e renderla, oggi, di tipo emergenziale. E l’emergenza, si sa, rappresenta l’ultimo gradino prima del non ritorno o dell’affidamento alla sorte. E di solito non porta mai nulla di buono. Perché obbliga a decisioni che si potranno rivelare affrettate, quindi non adeguate, oppure addirittura errate.

Nella vicenda dell’Ilva, però, nessuno può dire di non avere saputo con largo anticipo a quali conseguenze si sarebbe arrivati. Ben un mese fa, lucidamente, il presidente della Federacciai Antonio Gozzi aveva prefigurato in un’intervista a Panorama i disastri sociali e industriali legati a una eventuale chiusura dell’Ilva di Taranto. Un’analisi da Cassandra in cui, fra l’altro, si sottolineava come la chiusura si sarebbe rivelata un regalo ai nostri concorrenti europei, Germania in testa, ma anche Francia e Paesi Bassi. E parliamo di stati dove si produce e si inquina (e purtroppo si causano malattie gravi) tanto quanto in Italia, ma dove per adeguare gli impianti alle norme ambientali Ue (vedi il caso tedesco) si è ottenuta una deroga di 2 o 4 anni rispetto agli inflessibili tempi imposti al nostro Paese.

Ma di strade per salvare l’Ilva, le migliaia di dipendenti e quella fetta importante di prodotto interno lordo che rischiamo di bruciare, un governo politico ne aveva a bizzeffe. Esempi? Prenda nota il ministro Corrado Passera: pur di non chiudere un altoforno del colosso ArcelorMittal in Lorena, il ministro francese dello Sviluppo economico ha proposto (con il consenso dei ministri del Lavoro che furono al fianco di Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy) una nazionalizzazione temporanea in attesa di trovare un acquirente, operazione «perfettamente ragionevole, a costo zero per il contribuente e rispettosa del diritto europeo». Prenda nota anche il presidente del Consiglio Mario Monti e ricordi che cosa fecero Ronald Reagan con la Chrysler, Barack Obama con la General Motors, la Gran Bretagna con sei banche sull’orlo dell’abisso: misero tutti lo Stato accanto e a scudo sia delle imprese che dei lavoratori. È il compito anche del nostro governo e del presidente del Consiglio farlo. E allora lo faccia, a maggior ragione se ha l’ambizione (se non la voglia) di continuare a guidare l’Italia. Ci deve pur essere, in questo infelice Paese, una voce che conti più di un magistrato.

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