Giustizia un pochino al chilo

Il caso di Vittorio Emanuele di Savoia e la finta riforma della giustizia che non è quello che appare

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Vittorio Emanuele duca di Savoia e la moglie Marina Doria – Credits: EPA/SYLVAIN LEFEVRE/POOL

Ma quanto si erano divertiti giornali e televisioni con Vittorio Emanuele di Savoia! Fu una bisboccia editoriale fin da subito, da quando il comitato di accoglienza di telecamere e fotografi s’era schierato dall’una di notte davanti al carcere di Potenza. Lui era arrivato in Basilicata da Lecco dopo un viaggio di 13 ore poco prima che facesse alba e la scena fu piuttosto surreale: Sua Altezza stava stretto stretto sul sedile posteriore di una Punto argento con i giornali attaccati ai vetri. Era il giugno 2006.

Le accuse erano di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione e al falso, associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione. Quattro giudici, tra Como e Roma, hanno assolto in altrettanti processi Vittorio Emanuele "perché il fatto non sussiste". Ora, dopo quasi dieci anni, lo Stato lo risarcirà con 40 mila euro per i giorni in cella da innocente. Ovviamente, come scrissero i cronisti, nel "corposo ordine di custodia cautelare" (sono sempre corposi gli ordini di arresto, fateci caso, mai anoressici) c’era qualche chilo abbondante di intercettazioni telefoniche. Decine di migliaia. Di ogni genere e tipo, piccanti al punto giusto. Sputtananti di sicuro.

E poi volete mettere il gusto di mettere alla gogna un Savoia goffo, antipatico, sprezzante, saccente? Andò esattamente così. Ora che sappiamo che non un solo fatto tra quelli contestati sussisteva, che cosa capiterà ai magistrati che misero in piedi questo - è il caso di dire - gigantesco bordello? Nulla. Non pagheranno un centesimo e la loro carriera proseguirà senza macchia. E continuerà a essere così con la finta riforma della giustizia che il governo sta per varare all’insegna di quella consueta mancanza di coraggio che lo contraddistingue. Con le nuove regole sulla responsabilità civile (che dovrebbe consentire di rivalersi, seppur in minima parte, sui magistrati che sbagliano) Vittorio Emanuele dovrebbe dimostrare che da parte dei suoi persecutori ci fu "dolo o negligenza inescusabile", che fu cioè deliberatamente deciso dai pubblici ministeri di provocare un danno alla sua persona; che la stessa condotta l’ebbe il giudice che accolse la richiesta di custodia cautelare; che il medesimo spirito albergava tra i giudici del tribunale del riesame che gli negarono di espatriare.

State ridendo? E fate bene. Anche perché chi dovrebbe decidere di accogliere la richiesta di risarcimento? Ma un giudice, che domande! Fa quasi tenerezza il ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Perché è così naïf da avventurarsi nella spericolata dimostrazione del teorema secondo il quale si può essere incinta anche solo un pochetto. Il campo è quello delle correnti dei magistrati, che non sono equivalenti ai partiti ma molto, molto peggio. Queste correnti - cito Luciano Violante, a scanso di equivoci - "sono diventate luoghi in cui si costruiscono le carriere".

Il ministro che cosa intende fare? "Diluire il peso, sterilizzare il sistema di lottizzazione al Csm in base alla corrente (ma allora è vero!!, ndr), e non al merito, ma non abolire le correnti del tutto". Ma come? "Eliminare le correnti è un errore. L’idea del giudice privo di convinzioni personali e culturali è un’idea positivistica o un’ipocrisia: ogni magistrato ha delle sue idee; e io credo" dice Orlando "che sia giusto che l’appartenenza a quelle idee sia esplicita e non nascosta, purché non formino pregiudizi". In lontananza s’ode il capo dello Stato affermare: "L’ordinamento della Repubblica esige che il magistrato sappia coniugare equità e imparzialità". Lo spieghi al ministro della Giustizia, per favore. Altrimenti saremo rovinati.

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