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Kobane e il cinismo turco-occidentale

Ankara e Washington non si amano e non condividono gli stessi obiettivi nella guerra. A pagarne le conseguenze è, anzitutto, il popolo curdo

Bombardamenti su Kobane

Una colonna di fumo si leva nel cielo sopra l'enclave curda di Kobane, in Siria, vicino al confine con la Turchia, dove continuano i duri scontri tra i miliziani curdi che stanno difendendo la città e gli jihadisti del Califfato, che dal 16 settembre hanno lanciato un'offensiva per conquistarla. – Credits: EPA/SEDAT SUNA

Per Lookout news

Kobane, la città al confine turco-siriano, è cinta d’assedio dalle forze dello Stato Islamico da molti giorni e rischia di capitolare. Gli attacchi aerei della coalizione internazionale in quest’area si sono rivelati tardivi e insufficienti, mentre i diecimila uomini dell’esercito turco al di là del confine osservano, senza colpo ferire, gli uomini del Califfato fare strage dei curdi rimasti a difendere il centro cittadino. Kobane è stata dunque abbandonata a se stessa, almeno fino a oggi. Per il Pentagono, infatti, la sua capitolazione non è un dramma e - fanno sapere da Washington - strategicamente la sua conquista è irrilevante. Ma com’è possibile? Non è questo un fallimento della coalizione stessa? Non è forse la difesa di Kobane un banco di prova per dimostrare la capacità di arginare il potere dei jihadisti sunniti?

 Qual è il fine della coalizione internazionale, se non sconfiggere sul campo il Califfato? E quale l’obiettivo vero della Turchia, che a parole dichiara la necessità di un intervento ma nei fatti assiste inerme alla sconfitta dei curdi asserragliati? Cinicamente, il presidente Erdogan, anche con il nemico alle porte, mantiene quel ruolo ambiguo che ha connotato la politica del governo turco degli ultimi mesi.

La Turchia e la questione curda
Forse Ankara segue ancora oggi l’adagio “il nemico del mio nemico è mio amico” e, temendo di più il rafforzamento dell’esercito curdo che potrebbe un domani guidare una rivolta nel cuore del territorio turco per ottenere l’indipendenza del Kurdistan, preferisce attendere l’indebolimento delle forze curde prima di farsi coinvolgere direttamente nel conflitto. Per la Turchia, infatti, l’obiettivo finale non è la sconfitta del Califfato quanto piuttosto ottenere la resa del regime di Bashar al Assad e mantenere lo status quo rispetto alla questione del Kurdistan. Il resto è da vedersi.


 

Il Kurdistan, infatti, è un’area popolata da oltre 30 milioni di persone che si estende in un’area a cavallo tra Turchia, Iraq, Iran, Armenia e Siria, ma che nessuno di questi intende riconoscere ufficialmente. Essendo la maggior parte dei curdi, circa 12 milioni, concentrata nella Turchia orientale, si comprende meglio da dove vengano i timori di Erdogan, che non intende permettere alcuna cessione di territorio turco ai curdi, con una parte dei quali (il PKK) è in lotta da un trentennio.

 La visione di Washington
In questi giorni, dunque, sia l’opinione pubblica turca sia l’intero Occidente s’interrogano sul che fare. E la risposta tarda a venire. Perciò, in attesa di una chiara strategia, possiamo solo analizzare le ragioni della fulminante ascesa dello Stato Islamico e rintracciare l’origine di questo male che, come una metastasi, aggredisce il grande malato mediorientale. A venirci in aiuto è una recente dichiarazione del vicepresidente degli Stati uniti d’America, Joe Biden, che ha indicato pubblicamente tanto i responsabili della genesi dello Stato Islamico quanto la natura dei suoi finanziatori.

 Il numero due della Casa Bianca, parlando alla John F. Kennedy School of Government di Cambridge, ha dichiarato che anche la Turchia, oltre al Qatar e agli Emirati Arabi Uniti ha fornito “un esteso e incondizionato sostegno finanziario e logistico ai combattenti sunniti”, nel tentativo di spodestare dal governo siriano il presidente Bashar al Assad.

 Biden ha sottolineato come Ankara, Doha e Ryad abbiano versato “centinaia di milioni di dollari e fornito decine di migliaia di tonnellate di armi a tutti coloro che lottano contro Assad”. Secondo il quotidiano turco Hurriyet, il vicepresidente si sarebbe lasciato sfuggire anche un’ulteriore confessione circostanziata: “Erdogan mi ha detto ‘Avevi ragione. Lasciamo che troppe persone attraversino il confine. Ora stiamo cercando di sigillarlo’”.

 La cattiva politica dell’Amministrazione Obama
Che il vicepresidente sia tendenzialmente una figura di secondo piano nella catena di comando del governo americano, è cosa risaputa. Ma questi è anche la persona che, in caso di morte o impedimento del presidente, ne prende il posto. Dunque, anche le sue parole contano e vanno prese sul serio.

 Non a caso, Joe Biden si è dovuto prontamente scusare e ha fatto correggere al suo ufficio stampa il tiro di quelle dichiarazioni. Ma ormai la frittata è fatta. Chissà se i tre alleati della coalizione internazionale avranno gradito quelle incaute parole e se le ragioni della reticenza turca sono causa anche della scarsa fiducia nei confronti del piano americano per la Siria e l’Iraq.

 Certo, la politica estera dell’Amministrazione Obama si è dimostrata non all’altezza nel gestire la diplomazia internazionale, non solo sul fronte Mediorientale. Già il Segretario di Stato John Kerry - il corrispettivo del nostro ministro degli Esteri - ci ha abituato a ripetute gaffe di peso. Un merito che, del resto, condivide con tutto il suo staff (come non ricordare la sua vice, Victoria “Fuck the UE” Nuland?).

 

Le verità della guerra
Ma il punto è un altro. E cioè che Joe Biden ha ragione. La sua candida ammissione di fronte a giovani studenti americani è l’unica parola chiara che abbiamo sentito sinora sull’ascesa dello Stato Islamico e più in generale sulla crisi mediorientale. Qatar, Arabia Saudita e Turchia hanno davvero finanziato la jihad islamica. I primi due Paesi fornendo soprattutto risorse finanziarie nell’ordine di centinaia di milioni a numerosi gruppi in armi, mentre la Turchia permettendo ai volontari jihadisti di ingrossare le fila dello Stato Islamico tanto in Siria quanto in Iraq. E tutti loro, fornendo armi e sostegno logistico tanto agli uomini di Abu Bakr Al Baghdadi quanto alle altre fazioni ribelli che operano nel contesto siriano.

 Colpe che, va detto, questi tre Stati condividono con gli Stati Uniti, responsabili a loro volta di aver creato e istruito generazioni di combattenti che poi si sono ribellati loro, come vuole l’archetipo storico di quel Marco Giunio Bruto che si ribellò al padre putativo Giulio Cesare e che finì per pugnalarlo a morte.

 Eppure, non va dimenticato che oggi l’Alleanza atlantica, se vuole evitare di essere pugnalata dallo Stato Islamico, ha bisogno della Turchia molto più di quanto la Turchia abbia bisogno della NATO. Questo il presidente Erdogan lo sa e consapevolmente temporeggia, incurante della carneficina che avviene a meno di un chilometro dal suo Paese.

 

 

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