Segreto investigativo: il Csm contro il decreto Renzi

Al centro della questione la norma dell'agosto 2016 che impone alla polizia giudiziaria d'informare di ogni reato i vertici gerarchici

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Il segretario del PD Matteo Renzi a ''L'Arena'' su Rai 1 - 14 maggio 2017 – Credits: ANSA/GIUSEPPE LAMI

Il Consiglio superiore della magistratura sta per chiedere al governo di Paolo Gentiloni di rivedere l'obbligo per la polizia giudiziaria di trasmettere alla scala gerarchica le notizie sulle informative di reato destinate ai pubblici ministeri, perché esiste il rischio d’interferenze con le indagini.

L’obbligo era stato stabilito dal decreto legislativo numero 177 del 19 agosto 2016, varato nel pieno della scorsa estate dal governo presieduto da Matteo Renzi. Il 5 giugno, è stata la sesta commissione del Csm, quella che si occupa dell’organizzazione degli uffici giudiziari, a lanciare l'allarme sugli effetti di una norma che "impatta fortemente sul segreto investigativo". Così la commissione ha proposto al plenum del Csm di chiedere al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, d’intervenire perché la norma sia modificata.

La delibera sarà discussa domani, mercoledì 7 giugno, dall’assemblea plenaria del Consiglio, e allora si vedrà quali decisioni verranno effettivamente assunte. Ma quella della commissione è di per sé già una forte presa di posizione contro una norma molto discussa e oggetto di forti perplessità manifestate da numerose procure della Repubblica. Lo scorso febbraio, per esempio, il procuratore di Torino Armando Spataro aveva emanato una direttiva per contrastare i pericoli della norma: la direttiva era stata successivamente replicata presso tutte le procure piemontesi e poi, da maggio, anche in quella di Udine.

La misura era stata inserita a sorpresa nel decreto legislativo 177, che si occupava di tutt’altro (la fusione tra carabinieri e guardia forestale dello Stato), e impone a ogni agente di polizia giudiziaria (poliziotto, carabiniere o finanziere) di trasmettere al superiore gerarchico ogni notizia relativa a reati segnalati all'autorità giudiziaria "indipendentemente dagli obblighi prescritti dal Codice di procedura penale".

Peraltro, anche la legge-delega del 2015, che in Parlamento aveva preceduto e determinato il decreto, nulla prevedeva in materia.

La presa di posizione della sesta commissione del Csm si basa su una serie di elementi: formali, come per l’appunto la mancata corrispondenza tra legge-delega e decreto, ad altri invece più sostanziali. Su questi la sesta commissione ha votato una proposta di delibera molto chiara: "Non sfugge la disarmonia della norma introdotta con uno dei cardini del sistema processuale penale italiano, il segreto investigativo, nonché con principi costituzionali contenuti negli articoli 112 e 109 Costituzione".

Infatti, sottolinea la proposta di delibera, la comunicazione ai superiori gerarchici delle informazioni di reato, che il decreto prevede avvenga senza alcun filtro o senza alcun controllo da parte del pubblico ministero titolare dell’azione penale, fa sì che le notizie pervengano anche a soggetti che non rivestono la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria e che, per la loro posizione di vertice, vedono particolarmente stretto il rapporto di dipendenza dal governo: questo è il punto di ver criticità del decreto legislativo, perché configura una pericolosa falla nel segreto investigativo, e non è in linea con le prerogative riconosciute dal Codice di procedura al pm nell'esercizio dell'attività d'indagine.

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