Caso Shalabayeva: al via il processo

Indagate 7 persone per sequestro di persona, falso in atto pubblico, omissioni e abuso d'ufficio per quello che, 4 anni fa, sembrò un "rapimento di Stato"

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Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov in una foto del 2014 – Credits: ANSA/CLAUDIO ONORATI

Inizia il 12 settembre al tribunale di Perugia l’udienza preliminare che dovrebbe formalmente aprire il processo penale contro sette indagati per il rapimento di Alma Shalabayeva, la moglie del dissidente kazako Mukhtar Ablyazov: nel maggio 2013 la donna subì una violenta espulsione dal territorio italiano in compagnia di sua figlia Alua, di 6 anni.

Quattro anni fa, quello che subito apparve come un clamoroso “rapimento di Stato” aprì un delicatissimo caso politico e diplomatico: fu subito evidente infatti che l’espulsione di Shalabayeva, poi annullata dalla Cassazione perché “viziata da illegittimità”, fosse stata dettata all’Italia dal dittatore del Kazakistan Nursultan Nazarbaev, e si sospettò che attraverso l’ambasciata a Roma avesse esercitato pressioni indebite sui vertici del nostro ministero dell’Interno, allora retto da Angelino Alfano.

Nel luglio 2013, in Parlamento, Alfano fu colpito da una mozione di sfiducia, che fu respinta; le opposizioni al governo Letta chiesero anche l’istituzione di una commissione d’inchiesta, ma senza fortuna. L’unico a dimettersi, in quell’occasione, fu Giuseppe Procaccini, capo di gabinetto del ministro.

I reati contestati oggi sono sequestro di persona, falso in atto pubblico, omissioni e abuso d’ufficio. La Procura di Perugia ha chiuso le indagini lo scorso novembre, coinvolgendo 11 persone, e tre mesi dopo ha chiesto il rinvio a giudizio per sette di loro.

Gli indagati principali sono tre alti funzionari di polizia: l’ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese (oggi questore a Palermo), l’ex capo dell’Ufficio immigrazione Maurizio Improta (oggi questore di Rimini) e Francesco Stampacchia, ex commissario capo della squadra mobile di Roma.

È indagato anche l’ex giudice di pace romana Stefania Lavore, che stabilì l’insussistenza dello stato di rifugiata per Shalabayeva. Le viene contestato di non aver accettato la richiesta di asilo politico della donna. È a causa sua se il processo si svolge a Perugia, in quanto quel tribunale è competente per tutti i procedimenti penali che riguardano magistrati romani.

Sono stati indagati anche quattro funzionari dell’ambasciata kazaka in Italia, tra cui l’ex ambasciatore Andrian Yelemessov, ma il loro status diplomatico esclude la possibilità di un processo.

Alma Shalabayeva e sua figlia furono prelevate bruscamente dalla loro casa, a Casal Palocco (Roma), il 28-29 maggio 2013. La polizia italiana cercava però Ablyazov, ufficialmente indicato non come dissidente politico (in quanto tale da tutelare), bensì come “pericoloso criminale” e “terrorista internazionale”.

Dopo un velocissimo iter amministrativo, che gli inquirenti perugini ritengono decisamente anomalo, Alma Shalabayeva e sua figlia furono caricate a forza su un aereo privato, spedito a Roma dal dittatore kazako, e spedite ad Astana come potenziale “strumento di ricatto” nei confronti di Ablyazov.

Sette mesi dopo, nel dicembre 2013, l’allora ministro degli Esteri Emma Bonino riuscì a ottenere il rientro in Italia delle due espulse, cui venne riconosciuto lo stato di rifugiato. Nel frattempo, nel luglio di quello stesso anno, Ablyazov venne arrestato in Francia: è stato liberato lo scorso dicembre, dopo tre anni.

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