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Esteri

Donald Trump: perché i repubblicani non riescono a fermarlo

Assenza di candidati all'altezza e incapacità di occuparsi dell’economia dal punto di vista della working class bianca, impoverita e spaventata

Giovedì la notizia più importante dalla campagna elettorale americana è stata la sconfessione di Trump da parte di Mitt Romney, il candidato del Gop alle elezioni del 2012, sconfitto pesantemente da Barack Obama.
“Trump è un falso, un ciarlatano, un impostore. La sua politica interna ci porterebbe alla recessione. In politica estera non è affatto intelligente”. Romney ha aggiunto che se i repubblicani candidassero Trump, la vittoria di Hillary Clinton sarebbe sicura. 
Trump gli ha risposto: “Quel che dice Romney è irrilevante. La sua candidatura nel 2012 fu un disastro”.

Ma l’uscita di Romney fa parte di un’offensiva evidente dei dirigenti del Partito Repubblicano che, piuttosto tardivamente, hanno deciso di ostacolare l’avanza di Trump verso la nomination.

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Anche John McCain, altro sconfitto da Obama, nel 2008, ha attaccato Trump, demolendo la presunta fama di imprenditore di successo e di esperto di economia: il patrimonio lo ha ereditato. Le sue bancarotte hanno rovinato dipendenti e piccole imprese. La sua politica economica scatenerebbe una guerra commerciale con altri paesi, aumenterebbe il deficit, causerebbe una recessione.

Eppure, probabilmente è troppo tardi. 

 

Certo i numeri ancora non condannano i rivali: Trump ha 319 delegati, Cruz 226, Rubio ne ha 110.
Le primarie del 15 marzo saranno probabilmente il punto di non ritorno: si vota infatti in grandi Stati come l’Illinois (69 delegati per il Gop), la Florida (99), il Missouri (52), l’Ohio (66) e il North Carolina (72); in Ohio e in Florida con la regola del winner-take-all che favorisce clamorosamente il primo arrivato.

Mancanza di alternative fra i repubblicani
Ma le difficoltà dell’establishment repubblicano sono più profonde.
Come ha scritto John Cassidy sul New Yorker, il vero punto debole della strategia degli anti-Trump nel Partito repubblicano è che non ci sono candidati alternativi.

Marco Rubio, che sembrerebbe il preferito dai dirigenti del Gop, è già in discreto ritardo di delegati e i sondaggi per le prossime primarie lo danno in ulteriore svantaggio, persino in Florida, il suo Stato.

Ted Cruz, che è a meno di 100 delegati da Trump, è apparso, in questa campagna elettorale, estremista su molte questioni, in special modo su quelle sociali, sostenuto dalla galassia del Tea Party e quindi non apprezzato — proprio come Trump — dall’elettorato e dagli opinionisti repubblicani più moderati.
Questa posizione si è anche tradotta in una retorica anti-establishment che gli ha alienato molti dei leader repubblicani a Washington.

Mercato senza regole vs populismo
Inoltre, per strappare consensi a Trump, gli avversari repubblicani dovrebbero riuscire a sembrare di avere a cuore gli interessi dei ceti bianchi a reddito più basso e ai ceti medi impoveriti o minacciati dalle trasformazioni economiche.

Trump, fa il populista, mischia la retorica nativista e razzista e le strizzate d’occhio ai suprematisti bianchi con le promesse di porre fine all’immigrazione illegale, e le fantasie su dazi d’altri tempi, per rendere le produzioni americane competitive rispetto a quelle importate dalla Cina. Certo, un progetto delirante e senza futuro. Però può urlare di tenere al “benessere” di questi ceti, che in molti casi dimostrano di seguirlo.

Il partito repubblicano invece è sempre in trincea con la retorica pro-imprese, il taglio delle tasse, la riduzione dell’intervento statale. Cassidy ricorda come alcuni conservatori si stiano rendendo conto di questo: per esempio Reihan Salam che su Slate ha scritto che per salvarsi, “il Partito repubblicano dovrebbe finalmente mettere la classe lavoratrice davanti alla classe di chi lo finanzia”.
Quindi, conclude Cassidy, il Gop dovrebbe provare ad andare oltre la Reaganomics, finendola con la finzione che i tagli alle tasse e un mercato libero senza regole possa produrre prosperità duratura per l’americano comune.

Il dibattito Gop del 3 marzo
Di questa lotta interna che potrebbe lacerare e paralizzare il Partito repubblicano si è avuta ulteriore conferma nel dibattito di giovedì 3 marzo, quando gli attacchi fra i quattro candidati che hanno partecipato (Donald Trump, Ted Cruz, Marco Rubio e John Kasich) sono stati pesanti e frontali, spesso scivolati nel cattivo gusto, con allusioni e doppi sensi.

Tra Rubio e Trump, in particolare il clima si è fatto subito teso, con il senatore di origini cubane che ha ceduto alla tentazione di sfidare il tycoon sul suo stesso terreno ed è partito con gli attacchi personali. 
Tra le altre cose Rubio ha accusato Trump di produrre una sua linea di abbigliamenti in Messico e Cina, Trump ha risposto: Rubio “non ha mai creato un posto di lavoro in vita sua”.
Il miliardario di New York ha chiamato il giovane senatore “piccolo Marco” e lo ha incalzato su una battuta a doppio senso di Rubio nei giorni scorsi circa le mani ‘piccole’ di Trump.

Ted Cruz in questa situazione è rimasto quasi guardare. È cercato di sembrare saggio, serio e concreto

Di rilievo nella performance dei quattro candidati del Gop rimasti è la dichiarazione finale. I tre sfidanti di Trump hanno infatti detto, con una certa riluttanza, che se davvero Donald Trump otterrà la nomination, saranno pronti a sostenerla.

[Fonte: The New Yorker, Politico, Slate, Ansa]

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