Esteri

La Turchia non è un paese per donne

Sono più di 600 le vittime delle violenze domestiche negli ultimi quattro anni. E' allarme-femminicidio per il paese dellla Mezzaluna

Due donne turche siedono ai piedi di un manifesto pubblicitario per promuovere la candidatura di Istanbul ai Giochi Olimpici del 2020 (Credits: Epa/Sedat Suna)

Il mondo non è un posto per donne, e questo lo sappiamo, ma stupisce parlare di femminicidio e di vittime della violenza di genere alle porte dell'Europa. Recentemente la ministra turca per la Famiglia e gli Affari sociali, Fatma Şahin, ha dichiarato che negli ultimi quattro anni in Turchia 666 donne sono state uccise in seno alle loro famiglie. Un dato agghiacciante, e non solo per gli appassionati di esoterismo. Un numero che, però, come sottolineano diverse ong, non rispecchia la realtà, che sarebbe addirittura più tragica.

Anatomia delle violenze

Secondo i dati del ministero degli Interni del Paese della Mezzaluna, nel 2009 sono state uccise 171 donne, 177 nel 2010, 163 nel 2011 e 155 nel 2012. I carnefici non sono solo i mariti, ma anche parenti molto stretti delle vittime, padri, fratelli, cugini. Gli omicidi avvengono solitamente in zone rurali della Turchia, ma anche nella Istanbul occidentale la violenza sulle donne è un problema serio. Ma le organizzazioni non governative sostengono che molti crimini perpetrati tra le mura domestiche non vengono denunciati e che nei dati dovrebbero essere inseriti anche tanti suicidi, di donne che a un certo punto si sono viste messe all'angolo e hanno preferito togliersi la vita piuttosto che continuare a lottare contro l'orrore dei loro focolari. Ora, non possiamo certo affermare che la Turchia sia ai livelli del Messico o dell'India in quanto a violenza sulle donne, ma il dato colpisce maggiormente perché il paese della Mezzaluna, pur non essendo formalmente in Europa, viene considerato un Paese "europeo" e siede a pieno titolo nella Nato. Il dramma del femminicidio colpisce anche l'Italia, ma i numeri contano e quelli che provengono da Ankara sono letteralmente agghiaccianti e aprono il sipario sui lati oscuri della Turchia, ben al di là del suo portentoso slancio economico, di cui si fa vanto il premier islamico moderato Recep Tayyip Erdogan.

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Buone intenzioni ma pochi fatti

La questione della violenza sulle donne è stata sempre presa molto seriamente dal governo di Ankara, tanto che a marzo del 2012 il Parlamento turco ha introdotto una nuova legge per proteggere le donne dagli abusi domestici. Ma, se da una parte le nuove norme sono state celebrate come un successo dell'AKP (il partito di Erdogan che ha la maggioranza dei seggi nell'assemblea legislativa), dall'altra parte le attiviste sono scese in piazza, dichiarando che si poteva fare di più e che in realtà la nuova legge continua a non proteggere le donne come "individui", ma solo in quanto parti di un "assetto famigliare". La distinzione non è di lana caprina ed evidenzia la volontà dell'esecutivo a guida islamica di puntare tutto sul valore della "famiglia", mettendo in secondo piano la figura stessa delle donne come singoli individui della società. A luglio del 2011 le Nazioni Unite hanno pubblicato un dossier sulla Turchia, nel quale si legge che il paese della Mezzaluna ha la maglia nera rispetto all'Europa e agli Stati Uniti quanto a violenze domestiche sulle donne. Il 39 per cento delle donne turche ha patito abusi psicologici e fisici all'interno delle mura domestiche, contro il 22 per cento delle donne statunitensi e un range che va dal 3 al 35 per cento in Europa. Ciò dimostra che ad Ankara l'allarme è decisamente alto, visto che dai dati Onu risulta che peggio della Turchia ci sono solo i Paesi dell'Africa sub-sahariana e l'isola di Kiribati nel Pacifico.

He loves you, he beats you

"Ti ama, ti picchia", questo il titolo di una ricerca pubblicata da Gauri van Gulik nel 2011 per Human Rights Watch (HRW) sulle violenze domestiche alle donne turche. Storie di orrori che si perpetuano giorno dopo giorno. Voci inascoltate di bambine vendute come spose e con 4-5 figli prima ancora di arrivare a compiere i venti anni. Tutto questo accade lontano dai riflettori di Istanbul, la megalopoli glamour e "occidentale", ma si consuma comunque nel silenzio della Turchia più profonda, nelle campagne, nei villaggi verso Est che sono anche il serbatoio indiscusso dei voti per il partito islamico di Erdogan. Secondo HRW circa il 42 per cento delle donne turche che hanno più di 15 anni e il 47 per cento di quelle che vivono nelle aree rurali del Paese hanno sperimentato sulla loro pelle abusi e violenze domestiche di ogni genere, da quelle fisiche a quelle psicologiche. A conti fatti, stiamo parlando di circa 11 milioni di donne, su una popolazione totale di circa 74 milioni di persone.

La legge 4320

Dal 1998 Ankara ha adottato una legge per la "protezione della Famiglia", la 4320, che tuttavia ha clamorosamente fallito nel tutelare le donne. La legge, emendata nel 2007, ha stabilito un sistema di protezione nel caso in cui una persona venga sottoposta ad abusi da parte di un membro della sua famiglia, che si tratti di un uomo o di una donna. Il pacchetto di norme recita che chi subisce abusi può rivolgersi direttamente a un pubblico ministero o a una "corte per il diritto di famiglia". Ma ci sono soggetti "esclusi" dalla legge 4320, sono le donne non sposate e divorziate e le donne che hanno contratto matrimoni solo religiosi e non anche civili. Per tutte loro la protezione della legge equivale alla vincita a una lotteria. 

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Le contraddizioni del governo

Come se non bastasse, il governo islamico moderato, al potere da 2003, ha fallito nel creare una struttura normativa per prevenire gli abusi, così come ha fallito nel cercare di cancellare il gap discriminatorio nei confronti delle donne, che poi è alla base delle violenze che vengono perpetrate nel Paese. Se la donna viene vista semplicemente come un'appendice della famiglia e non come un individuo, è ovvio che la si lasci in balia di quella stessa famiglia-carnefice che, considerandola al livello di mero oggetto, la tratta di conseguenza. Il fattore culturale è determinante nelle aree rurali, dove forze di polizia, giudici e pubblici ministeri (tutti uomini), spesso si rifiutano di perseguire reati in cui sono coinvolti mariti, padri e fratelli, che non pagano per quanto fatto alle "loro" donne. Un circolo tragico oltre che vizioso, che porta molte donne a restare in silenzio, pur di non subire l'onta della denuncia e l'isolamento all'interno della loro comunità di appartenenza. Mancano strutture pronte a ospitare le donne che denunciano i loro aguzzini e non esistono luoghi adeguati per proteggere chi denuncia gli abusi e i loro bambini. Spesso una donna che denuncia violenze in Turchia viene ascoltata da poliziotti annoiati, che raccolgono le sue parole e poi la rispediscono a casa, aumentando la sua condizione di rischio. Sostanzialmente, le ong credono che la risposta del governo turco alle violenze domestiche sia "piena di contraddizioni". Da una parte è vero che il Parlamento ha adottato cambiamenti importanti al codice Penale e Civile per rimuovere il cosiddetto "delitto d'onore", fattispecie che garantiva fino a qualche anno fa una cospicua riduzione della pena, ma dall'altra parte resta un vuoto da colmare tra quanto recita il diritto e l'applicazione in campo. Allo stesso modo, è vero che il governo di Erdogan ha istituito una Direzione Generale per lo status delle Donne, ma questa ha un budget molto ridotto e nessun ufficio al di fuori di Ankara, il che fa pensare che sia un utile specchietto delle allodole per l'esecutivo, ma nulla di realmente efficace per combattere le violenze sulle donne. Le contraddizioni del governo e la sua risposta "inconsistente" per prevenire gli abusi sulle donne è però lo specchio fedele dell'ambivalenza che regna all'interno della società turca in merito alla questione di genere. Molte persone in Turchia sono convinte che "il successo delle donne rappresenti il fallimento della famiglia". Queste persone sono generalmente di credo islamico e hanno una visione tradizionalista (e maschilista) della società.

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Erdogan, il premier dei bambini

Famiglia, famiglia e ancora famiglia. Prima delle donne per il premier turco viene la famiglia, entità da tutelare e preservare a tutti i costi e da "aumentare" per far crescere la società della Mezzaluna. A gennaio di quest'anno Recep Tayyip Erdogan ha lanciato un appello accorato a tutte le famiglie turche affinché abbiano "almeno tre figli", perché - secondo il primo ministro - "la forza di una nazione risiede nelle sue famiglie e la forza delle famiglie risiede nel numero dei loro figli". Un'immagine che riporta indietro nel tempo e che sottolinea l'immagine delle donne come mere "incubatrici" di pargoli che possano assicurare l'aumento del tasso di turchità della società. Ma Erdogan si è spinto anche oltre, legando la natalità all'economia: "Uno o due bambini significa bancarotta - ha detto - Tre bambini invece significa che stiamo migliorando. Per questo, ripeto che sono necessari almeno tre bambini per ogni famiglia, perché la nostra popolazione rischia l'invecchiamento, come nel resto d'Europa". In realtà, la Turchia è un Paese molto "giovane", e lo si vede dal fermento nelle sue tante università e dalla presenza di una classe dirigente under 40 o poco al di sopra. Ma quello che conta per l'islamico (moderato) Erdogan è la famiglia, con tutto il suo pacchetto di valori, che sono alla base delle politiche dell'AKP. Tutto, per il partito Giustizia e Sviluppo che è al potere da dieci anni, ruota attorno all'idea di una "famiglia forte" e con tanti bambini. Quello che ci si chiede è se a fronte di questi "valori" così cruciali per il partito del premier, si possa sacrificare anche la tutela delle singole donne. Il dibattito in Turchia è aperto, ma intanto l'unica cosa certa è che nel silenzio delle mura domestiche tante, troppe donne continuano a subire abusi e violenze e molte ne restano uccise.

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