Esteri

Svizzera razzista. Segregati i richiedenti asilo politico

In alcune città gli immigrati non possono entrare in piscine, biblioteche, campi sportivi e persino chiese

Un poster del partito dell'estrema destra svizzero, SVP, ritrae mani di immigrati che cercano di afferrare passaporti svizzeri (Credits: FABRICE COFFRINI/AFP/Getty Images)

Non solo banche e cioccolato. In Svizzera alcune città hanno deciso di ghettizzare gli immigrati che richiedono asilo politico. Per loro sono off-limit le piscine pubbliche, i campi sportivi e persino le biblioteche. La associazioni per i diritti umani insorgono, ma i sindaci dei comuni razzisti vanno decisi per la loro strada.

Secondo quanto scrive la BBC , "la decisione è stata presa per evitare le tensioni con i residenti svizzeri", dopo che le maglie della legge sull'asilo politico erano state ulteriormente ristrette a giugno scorso.

C'è da dire che il numero degli asili concessi dalla Svizzera ai richiedenti da ogni parte del mondo si attesta ben oltre la media europea. Al momento ce ne sono circa 48.000 e una buona parte degli svizzeri crede che siano troppi.

Il Partito popolare svizzero (SVP) ha progressivamente visto aumentare i suoi consensi proprio grazie alla sua piattaforma politica anti-immigrati, fino ad arrivare al successo alle elezioni del 2007.

Da qui a creare dei ghetti però ce ne passa. Il sindaco della cittadina di Menzingen ha recentemente dichiarato che i richiedenti asilo devono essere tenuti lontani dalle "aree sensibili", intendendo con questo anche le scuole.

Ma il commento che segue è addirittura più agghiacciante. "Le scuole sono un'area altamente sensibile - ha detto il primo cittadino di Menzingen - perché qui i richiedenti asilo potrebbero venire a diretto contatto con i nostri ragazzi, bambine e bambini".

In un altro paesino, a Bremgarten, è stato vietato l'accesso ai rifugiati nella chiesa della città. Insomma, il cerchio si stringe attorno agli immigrati in Svizzera e scendono in campo le Nazioni Unite, che ricordano a Ginevra che i richiedenti asilo politico, costretti a fuggire dai loro paesi d'origine per timore di subire persecuzioni, torture e - nei casi più estremi - anche la morte, secondo le norme internazionali devono essere messi in condizione di "muoversi liberamente", senza che gli sia vietato l'ingresso in alcuno spazio, sensibile o meno sensibile che sia.

E il governo cerca di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che in realtà non si tratta di "divieti ufficiali", onde poi essere costretto ad ammettere che il dipartimento per l'Immigrazione ha concordato a tavolino con le singole città la natura dei provvedimenti.

E dalle pagine del quotidiano Le Temps un editoriale al vetriolo inchioda i politici svizzeri alle loro responsabilità. "Le derive della politica dell'asilo in Svizzera sono inaccettabili", scrive il giornale, che chiede risposte immediate alle autorità, affinché vengano rispettati gli standard internazionali per la gestione dei richiedenti asilo e che vengano attuati gli inderogabili "principi umani nel pieno rispetto dei diritti" che tutelano gli immigrati. 

Ma i sindaci vanno perla loro strada e i richiedenti asilo si preparano a tempi durissimi. La segregazione in Svizzera è già realtà. 

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