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Quello che non torna nell'omicidio Nemtsov

È credibile che uno storico oppositore venga ucciso a due passi dal Cremlino senza che i potentissimi servizi russi ne sapessero nulla?

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– Credits: Getty Images

Ci sono troppe cose che ancora non tornano sull'omicidio Nemtsov. A cominciare dal ruolo di Anna Duritskaja, la modella ucraina che era in compagnia dell'oppositore antiputiniano quando i killer lo hanno freddato a due passi dal Cremlino. Era l'unica testimone. Se è davvero una specie di Mata Hari al soldo di Kiev, come vuole la macchina del fango dei giornali di regime, come mai le è stato concesso di lasciare la Russia accontentandosi, dopo una notte di interrogatorio nelle stanze dei servizi segreti russi, di quel «non ho visto nulla» che la ragazza ha consegnato a tutta la stampa russa?


 

E ancora: se è vero che Nemtsov era uno storico oppositore di Putin che aveva per di più ricoperto il ruolo di consigliere economico del presidente ucraino filoeuropeista Jushenko, è davvero pensabile che tutte le sue mosse, in un Paese come la Russia, non fossero monitorate 24 ore su 24 dai potentissimi servizi segreti moscoviti? È davvero immaginabile che non avesse sempre qualche spia alle calcagna? È credibile che non solo sia stato ucciso senza che i servizi sapessero nulla, ma che addirittura sia stato ucciso a due passi dal Cremlino, in una delle zone più sovegliate del pianeta dove per altro, guarda caso, quella sera, le telecamere non funzionavano?

Certo, le ricostruzioni su cui battono gli oppositori di Putin presentano tutte qualche punto debole. Attribuire la responsabilità dell’agguato direttamente alle stanze del potere moscovita, magari per impedire a Nemtsov di presentare in pubblico le prove dell’ingerenza militare russa in Ucraina come ha dichiarato Poroshenko, è troppo semplice (diremmo, semplicistico) per essere vero. Quali prove definitive avrebbe dovuto mostrare Nemtsov di cui già non sono in possesso i servizi segreti occidentali? C'è bisogno davvero di dimostrare quello che già tutti sanno, cioé che Mosca  ha inviato armi e addestratori ai ribelli separatisti, consentendo loro nel settembre scorso di rovesciare le sorti della guerra?

La seconda ipotesi, che l'omicidio sia maturato nell'ambiente ultranazionalista, che vedevano in Nemtsov un traditore perché criticava come illegittimo il referendum che aveva consegnato la Crimea alla Russia, è invece più credibile. E consentirebbe tra l'altro di spiegare come mai Nemtsov sia stato ucciso a due passi dal Cremlino, magari grazie a qualche complicità, più o meno autorizzata dall'alto, di qualche zelante agente segreto russo. Ma anche su questo punto, avendo Putin preso direttamente la supervisione dell'inchiesta, non ci sono prove. Solo ipotesi, illazioni, che hanno lo stesso valore ai fini della ricostruzione della verità dei fatti della «provocazione per destabilizzare» di cui ha parlato a caldo il portavoce di Putin. 

È comunque realistico immaginare che qualche spia del Fsb, che magari faceva il doppio gioco, sia coinvolta nell'omicidio. Nemtsov, contrariamente a quanto sostiene la propaganda putiniana, non era proprio un signor nessuno. Era ovviamente sorvegliato.  È vero che la sua stella non brillava più come un tempo, quando ricopriva la carica di vicepremier ed era il più credibile successore di Eltsin quando apparve Putin sulla scena. È vero che il suo partito non era riuscito a superare (per un soffio, tra fondati sospetti di brogli) la soglia del cinque per cento necessario per entrare nella Duma.

Ma è altrettanto vero che solo qualche anno fa, sfidando l'uomo di Putin a casa dello zar, cioé a San PietroburgoNemtsov aveva preso il 27% dei voti - non briciole - come candidato-sindaco della città. Come è vero che la sua feroce opposizione all'intervento in Ucraina, e prima all'annessione della Crimea, gli aveva procurato molti nemici, non solo negli ambienti vicini al Cremlino, anche tra le fila ultranazionaliste critiche nei confronti di Putin per la sua presunta eccessiva morbidezza.

Insomma: tutte le ipotesi sono ancora al vaglio. Compresa quella che punta dritta ai servizi occidentali, magari inglesi, che avrebbero così cercato non solo di punire Putin ma anche di vendicarsi della provocazione di cui è stato capace l'ex Kgb uccidendo a Londra, con una dose mortale di polonio nel té, l'ex agente Livtinenko: un delitto politico di alto profilo sotto le mura del Cremlino, magari con la connivenza di qualche spia russa che faceva il doppio gioco, destinato a seminare lo sconcerto nella popolazione  e appannare l’immagine di Putin come uomo che ha sotto controllo tutto il paese. Forse, per far luce sulla morte dell'ex vicepremier, ci vorrebbe David John Moore Cornwell, alias John Le Carré, il più noto scrittore di spionaggio del 900.

 

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