Le paure per l'immigrazione, la paralisi dei governi, la sottintesa preoccupazione per la svolta populista in Polonia: è allarme rosso nei palazzi di Bruxelles.

Proclami e promesse

E, due giorni dopo l'irrituale minivertice di domenica scorsa convocato da Jean-Claude Juncker a Bruxelles, ieri davanti al Parlamento europeo a Strasburgo sono finite sotto accusa le cancellerie, che "fanno proclami e non mantengono le promesse", come sottolinea il presidente dell'Eurocamera Martin Schulz mentre il presidente della Commissione rivendica che "non meritiamo critiche".

La sfida

La crisi dei migranti è "la sfida più grande da decenni" per l'Unione europea. Ha "il potenziale per cambiarla" nel profondo e persino "per distruggere conquiste come la libera circolazione del trattato di Schengen". Ma, "pericoloso assoluto, può creare cambiamenti tettonici nel panorama politico europeo", cambiamenti "che non saranno per il meglio".

È stato con toni apocalittici che il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha aperto ieri il dibattito davanti alla plenaria sull'emergenza dei rifugiati e dell'immigrazione. L'ex premier polacco ha aggiunto anche l'allarme per "la nuova ondata" da altri almeno centomila rifugiati provocata dai bombardamenti russi in Siria e dall'offensiva di Bashar al Assad su Aleppo.

Flessibilità del Patto di stabilità

Toni cupi usati anche da Schulz, che ha affermato di essere uscito "uscito molto preoccupato" dal vertice di domenica, svoltosi "in un clima spettrale" e dal quale "è emerso in modo brutale il carattere allarmante della situazione di decine di migliaia di migranti sulla rotta balcanica": con l'arrivo dell'inverno "rischiamo la catastrofe umanitaria".

E Juncker ha calcato la mano. Se da una parte ha aperto alla flessibilità del Patto di stabilità per le spese aggiuntive dei governi, purché dimostrate, dall'altra li ha martellati. Dopo aver approvato nei summit il piano per ridistribuire 160.000 richiedenti asilo, solo nove paesi hanno dato finora disponibilità per accogliere appena 700 rifugiati da ricollocare da Italia e Grecia.

Impegni concreti

Ed anche per gli impegni economico-finanziari ad essere indietro non è la Ue. "Il divario tra le promesse e la realtà deve essere colmato, altrimenti perdiamo la nostra credibilità", ha avvertito sottolineando che rispetto all'impegno sottoscritto il 22 settembre "mancano ancora 2,3 miliardi" da parte dei governi che "tutti insieme hanno messo finora 483 milioni". Invece al vertice della Valletta con l'Africa l'11 novembre "dobbiamo arrivare con le tasche piene di promesse ma anche di impegni solidi". Così come, ha insistito, le capitali più riottose faranno bene a rassegnarsi: "Piaccia o meno, con la Turchia dobbiamo cooperare". La condizione è tirare fuori "tre miliardi". (ANSA).

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