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Elezioni, ora tocca alla Siria: voto farsa per un paese distrutto

Dopo tre anni di guerra civile la Siria è in rovina e gli oppositori sono morti oppure scappati. Per questo Assad vuole il voto

La situazione nel quartiere di Jouret Al Chyah, a Homs (Siria) – Credits:  EPA/STR

Il 3 giugno, nelle aree controllate dal regime, chi ancora non è fuggito potrà votare il prossimo presidente della Siria. È una sfida politica surreale, che si tiene in un paese dilaniato da 3 anni di guerra civile furiosa (a destra, la città di Homs com’è ora) costata la vita a oltre 150 mila persone. Il governo siriano sta facendo tutto il possibile per far apparire questo voto come un normale appuntamento elettorale. Ci sono persino tre candidati: si può scegliere tra il presidente uscente Bashar al-Assad, il suo ex ministro Hassan al Nouri e il semisconosciuto Maher Hajjar.

È la prima volta che Assad si presenta alle elezioni nel paese che governa da 14 anni: le votazioni che l’hanno legittimato presidente, nel 2000 e nel 2007, sono stati in realtà meri referendum consultivi (il presidente era già stato scelto, bisognava solo dire se si era d’accordo). Ora Assad può vincere senza nemmeno truccare i voti. Non c’è nessuno che può infastidirlo: i pochi oppositori che vivono in zone controllate dal regime si guardano bene dall’uscire allo scoperto. Gli altri sono morti o fuggiti lontano da casa (si stimano 8 milioni di profughi sui 22 della popolazione totale). In aree estese del paese (soprattutto nel nord e nell’est) i seggi non si potranno aprire perché comanda l’opposizione armata (impegnata in una guerra interna contro l’ala jihadista più estrema).

La repressione militare in corso non influisce sulla campagna elettorale di Assad. Sui manifesti il presidente appare in posa ispirata, accompagnato dallo slogan "sawa", insieme. I due sfidanti si guardano bene dall’attaccarlo: Nouri ha detto di non sentirsi in diretta competizione con il presidente ("Non c’è differenza tra di noi, a parte il fatto che Assad ha alle spalle una storia illustre", ha dichiarato) e Hajjar ha tenuto a specificare che non conta il candidato, ma le idee.

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