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Israele al voto: perché Netanyahu vincerà ancora

Nonostante sia ormai impopolare e screditato il leader del Likud costringerà i laburisti a un accordo

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Il primo ninistro israeliano Netanyahu – Credits: Getty Images

Nonstante gli infimi livelli di popolarità raggiunti dal governo Netanyahu, nonostante i toni apocallitici dei media liberal  contro l'ipotesi di una vittoria delle destre alle elezioni del 17 marzo, nonostante il leader del Campo Sionista Isaac Herzog continui ad attaccare a testa bassa il premier escludendo solennemente qualsiasi accordo post-voto con il Likud, il voto israeliano non consegnerà  un risultato che possa prefigurare una svolta sulla questione nucleare iraniana o un serio rilancio del processo di pace con i palestinesi. I temi della campagna elettorale sono altri, interni, dagli insediamenti ebraici al rilancio del welfare.

LA MORTE DELLO SPIRITO DI OSLO
È un punto, questo, su cui concordano tutti i sondaggi: non ci sono le condizioni politiche per una rinascita di quello spirito di Oslo che in Israele è morto con l'assassinio di Izhavak Rabin, caduto nel 1995  sotto i colpi di un'ultrà della destra israeliana. La tradizione laburista israeliana, dalle cui fila provenivano quasi tutti i leader aschenazi che hanno reso grande lo Stato di Israele (Ben Gurion, Golda Meyr, Shimon Peres, lo stesso Izhavak Rabin), è in profonda crisi in una società trasformata dalle ondate migratorie provenienti dai Paesi arabi e dall'Est Europa e che da decenni non nutre più alcuna speranza sulla possibilità di un accordo strategico con i palestinesi.

STALLO OBBLIGATO
Lo stallo è una semplice questione numerica, un esito obbligato alla Knesset. Le maggioranze - considerata l'estrema frammentazione elettorale - non possono che essere raccogliticce, figlie di accordi al ribasso, comunque vadano le elezioni. Il fantomatico blocco di centrosinistra - che sulla carta unisce laburisti, la sinistra radicale di Meretz e gli arabo-israeliani della Joint list  - non solo non esiste se non negli auspici dei commentatori liberal di Haaretz (vista l'indisponbilità degli arabo-israeliani a partecipare a un governo che non ponga all'ordine del giorno la questione della fine dell'occupazione)  ma potrebbe ottenere al massimo 41-42 seggi, comunque quasi venti in meno di quanti siano necessari per raggiungere la maggioranza di 61 seggi.

GROSSE KOALITION
Per governare senza il Likud come vorrebbero, Herzog e Tzipi Livni - cui i sondaggi assegnano circa 23 seggi, quanti quelli che potrebbe ottenere il Likud - devono  guardare a destra, non solo ai centristi di Lapid cui le rilevazioni attribuiscono 13 seggi, non solo al partito Kulanu dell'ex ministro del Likud Moshe Kahlon, ma anche a molti di quei piccoli partiti ortodossi, etnici o di coloni  che hanno messo il piombo sulle ali di qualsiasi passo in avanti nei negoziati. E oltrettutto, anche guardando a destra, tradendo tra l'altro le proprie promesse contro la costruzione di nuovi insediamenti, il Campo Sionista difficilmente avrebbe i numeri.

Gli occorre probabilmente un accordo col Likud di Netanyahu, un gatto dalle nove vite che né gli scandali finanziati a raffica né la lunga abitudine al potere (fu eletto la prima volta premier diciannove anni fa) hanno messo fuori gioco. D'accordo che è impopolare, ma considerato che quasi più nessuno è disposto a scommettere sul negoziato, potrebbe vincere ancora, nonostante tutto, nonostante il vistoso calo di consensi. Semplicemente impedendo ai suoi avversari di governare o costringendoli a un'ulteriore coalizione spuria che di fatto lascerebbe intatti tutti i nodi di questa delicata fase politica. Sarebbe il suo capolavoro: vincere perdendo, con un ben congenato scacco matto alla sinistra israeliana.



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