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La propaganda Isis tra gattini e decapitazioni

Con una mano tengono una testa mozzata, con l'altra sventolano una barretta di cioccolato. Gli estremisti sbarcano così sui social network - Video: la decapitazione di Foley  - Foto 1 - Foto 2 - Analisi

Un terrorista risponde al telefono con in braccio il suo gattino – Credits: Web/Immagine tratta dal sito di un jihadista dell'Isis

Una testa mozzata, una serie di gattini in braccio o tra un mitra e un iPhone, barrette di cioccolato energizzanti dopo una decapitazione compiuta con successo. E' la comunicazione dei terroristi dell'Isis ai tempi dei social network.

Se al Qaeda ci aveva abituati a video ripresi con telecamere obsolete, seppur crudi e terribili nel riprendere le esecuzioni dei "Satana" occidentali, la guerra in Iraq tra le truppe estremiste del califfo al-Baghdadi e il resto del mondo apre lo squarcio sul lato oscuro di Facebook e Twitter e su un nuovo modo di fare propaganda, patinata come quella di Hollywood.

I video diffusi dai soldati del Califfato dell'Iraq e della Siria sono realizzati con molta cura e mirano a raggiungere due tipi diversi di audience, quella dei "nemici" e quella degli "amici". I nemici vanno terrorizzati con dimostrazioni di forza feroce. E' il caso dell'ultimo video diffuso che mostra la decapitazione del fotoreporter James Foley, scomparso in Siria nel 2012 e decapitato dai terroristi dell'Isis. Il messaggio, barbaro, è basico: Tremate! Noi vi taglieremo la testa come stiamo facendo con quest'uomo in queste immagini.

Gli "amici" o simpatizzanti invece vanno "fidelizzati" con un altro tipo di immagini, che mostrano il lato "umano" dei terroristi. Così, ecco spuntare un hastag su Twitter, #Catsofjihad, che mostra l'amore degli estremisti per i loro gattini.

Tuta mimetica e cucciolo in braccio mentre si parla al cellulare con il proprio capo e si ricevono le consegne per la prossima azione militare. Mitra poggiati su cuscini colorati sui quali dorme pacioso un gattino. E poi interviste sorridenti, in cui ragazzi dall'accento occidentale (inglese come gli assassini di Foley o tedesco come il video che postiamo di seguito) raccontano quanto è bello far parte di una "grande famiglia" come quella dell'Isis.

Il messaggio per i simpatizzanti è chiaro: non abbiate timore, se vi unite alla nostra guerra non patirete alcun sacrificio, perché alla fine delle operazioni ci danno anche da mangiare barrette di cioccolata.

 

Il video che postiamo è uno spot sulle "bellezze" della vita da jihadista. La copertina è un'immagine ad alta definizione del logo del Califfato e del suo slogan. Il ragazzo che parla, con barba lunga e mitra al collo, dice di essere finalmente approdato alla "terza fase" della sua esperienza, dopo aver scelto la via della sharia (la legge coranica). Terza fase è un termine che riecheggia pericolosamente i livelli di un videogioco. Esistono altre "fasi" prima di arrivare a diventare un emiro, e i giovani soldati puntano a quello, esattamente come in un videogame.

Ed è questo uno degli effetti collaterali della "nuova" comunicazione jihadista: tende ad anestetizzare lo "spettatore" su quello che si fa, trasformando la jihad in un gioco di ruolo, come i tanti che si possono fare con gli amici. In quei giochi di certo se si toglie la vita non si prova dolore o rimorso, tanto è solo un gioco. Tutto è finalizzato ad acquisire punti, fino ad arrivare a una posizione di rispetto e potere all'interno del proprio clan.

Tutto questo è orribile. Per la prima volta i social network, fondamentali per la diffusione delle immagini e delle idee della Primavera Araba, mostrano il loro lato più oscuro. Si può promuovere un'idea positiva e farla arrivare a milioni e milioni di persone, ma con le medesime tecniche di marketing si può promuovere il Male, e diffonderlo in modo altrettanto efficace.

In più, il passaparola di Facebook e Twitter non fa che amplificare il processo anestetizzante di fronte a immagini tragiche. Il video della decapitazione di James Foley è stato postato migliaia si volte solo su Facebook, andando ad alimentare una sorta di morbosità degli "spettatori", che rischiano di ritrovarsi di fronte agli ultimi istanti di un essere umano con lo stesso stato d'animo con cui si guarda Kill Bill di Tarantino.

Una testa tagliata nella realtà se vista a loop più e più volte alla fine svuota l'immagine del suo tragico contenuto e non provoca nessuna emozione in più rispetto alla katana di Uma Thurman in tuta da ginnastica gialla che taglia la gola ai suoi nemici. Ma quello è un film, mentre James Foley e tanti altri prima di lui sono morti per davvero. Cerchiamo di non perdere il contatto tra fiction e realtà, perché faremmo il gioco dei terroristi dell'Isis, che vogliono disumanizzarci e farci diventare esattamente come loro. 

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