Esteri

Gli strani avvistamenti italiani del Califfo Al Baghdadi

Si rincorrono millanterie e interviste su fantomatici incontri tra il capo dell'Isis e alcuni connazionali. Ma la stampa verifica mai le fonti?

Abu Bakr Al Baghdadi

Il Califfo dello Stato islamico, Al Baghdadi, in una moschea di Mosul – Credits: ANSA Youtube

Per Lookout news

Ci piacerebbe pensare che fosse vero. Ma gli avvistamenti italiani del Califfo dello Stato Islamico, Abu Bakr Al Baghdadi, cominciano a essere un po’ sospetti. La scorsa settimana, il 24 febbraio, il quotidiano Il Tempo ha pubblicato un’intervista all’“esperto in comunicazione strategica” Davide Bellomo, dove l’intervistato afferma di aver cenato mesi fa in compagnia del nemico pubblico numero uno dell’Occidente, Al Baghdadi in persona, declinandone le non troppo lusinghiere qualità: “È un ubriacone, un omosessuale, uno che pensa troppo agli affari suoi” riferisce Bellomo.

 Il quale, nell’intervista di Francesca Musacchio, si produce anche in una disamina politica del gruppo dirigente dello Stato Islamico: “Di recente è stato anche allontanato dai suoi. Un fatto discusso all'interno della struttura. Per un periodo era scomparso, per circa 15 giorni, perché è stato contestato” e poi aggiunge: “Si diceva che fosse morto, invece non lo era ed era stato soltanto allontanato”.

 Il 3 marzo è la volta di Maurizio Gallo, ancora per il quotidiano Il Tempo, che raccoglie la testimonianza di Andrea Agostinis - insegnante dell’Istituto Aeronautico Malignani di Udine nonché ex sospettato di essere l’Unabomber italiano (il bombarolo che seminò il panico in Veneto e Friuli negli anni Novanta e Duemila) - e la sua “candidatura” a mediatore per fermare l'avanzata dell'Isis in Italia e in Europa.

 Stavolta, il profilo di Al Baghdadi si avvicina di più al personaggio pubblico che ci è stato raccontato sinora. Agostinis, che afferma di averlo conosciuto nel 1987, offre il seguente affresco del leader dello Stato Islamico: “Rispettava pedissequamente le regole della sua fede, era molto religioso, determinato ed estremamente rigoroso”.

 Secondo Agostinis, Al Baghdadi nel 1987 frequentava l’ambasciata irachena a Roma ed era molto interessato a conoscere il funzionamento della Chiesa cattolica. Insieme, nel 1988, il professore e il futuro Califfo avrebbero anche firmato un libro, pubblicato dall’editore napoletano Rossi e intitolato Imposed war, dedicato alla guerra fra Iraq e Iran. Libro che oggi sarebbe anche oggetto d’interesse dell’ambasciata di Giordania in Italia, sempre secondo la medesima fonte. Lo scopo? “Una trattativa segreta in corso per una tregua”.

 

Al Baghdadi vivo e vegeto
Se Bellomo afferma di aver avuto contatti con Al Baghdadi in Siria otto mesi fa, e dunque prima dell’avanzata militare che ha conquistato porzioni di Siria e Iraq, Agostinis “rivela” invece che il Califfo è ancora oggi in buona salute: “Una ventina di giorni fa era sicuramente vivo. Me lo devono dimostrare che l’hanno ucciso, come hanno fatto con Bin Laden e, in ogni caso, lui ha anche dei sosia e ci sono almeno dieci successori pronti a prendere il suo posto”.

 Ma Agostinis dice di saperne di più: “C’era una riunione nei pressi di Mosul e gli aerei hanno bombardato la zona. Lui è stato ferito al braccio sinistro e gli hanno messo una trentina di punti di sutura. Poi una ventina di giorni fa è stato bombardato un corteo di auto. Lui era al centro. Hanno colpito la testa e la coda della fila e al Baghdadi se l’è cavata...”.

 

Il documento dell’ISIS in italiano
Non è tutto. Nell’ultimo weekend di febbraio, il giorno 28, viene scovato da Wikilao, quotidiano online diretto da Lao Petrilli, un documento dell’ISIS scritto in italiano che già circolava nei forum islamisti. Il nome è piuttosto evocativo: Lo Stato Islamico, una realtà che ti vorrebbe comunicare.

 Si tratta di un pamphlet di 64 pagine in cui gli islamisti pubblicano, con poche aggiunte e qualche adattamento, le loro tesi propagandistiche già diffuse in arabo e in inglese a lode e gloria del Califfato. Una sorta di manifesto islamico dello Zio Sam, finalizzato al reclutamento anche in Italia di nuove leve per la jihad.

 Gianluca Ansalone, esperto d’intelligence intervistato da Nadia Francalacci per Panorama.it, afferma in merito: “In un momento in cui l’allarme terrorismo è così forte, non è possibile da parte degli apparati d’intelligence e antiterrorismo non controllare o non scannerizzare le situazioni o i soggetti considerati pericolosi. Questa è un’attività fondamentale per la sicurezza di un Paese”.

 Forse, però, quello che parrebbe il più completo documento in lingua italiana dai tempi di Al Qaeda, ben confezionato e con tanto di fonti riferibili direttamente allo Stato Islamico, è sfuggito ai controlli e a una possibile censura.

 

L’attendibilità delle informazioni
Vere o supposte che siano tutte queste informazioni, è a dir poco curioso che tale mole di notizie appaia proprio oggi che il Califfato si affaccia sulle coste libiche e sopratutto che nessun addetto ai lavori abbia ancora commentato o smentito quelle affermazioni. Perché, se (e solo se) davvero verificate, esse hanno un valore molto alto per la lotta allo Stato Islamico. Il silenzio delle istituzioni, tuttavia, induce a dubitare seriamente dell’attendibilità di tali informazioni.

 E, in ogni caso, i nostri servizi segreti hanno provveduto a interrogare Davide Bellomo e Andrea Agostinis? È stato acquisito il saggio a doppia firma con Al Baghdadi? Come fanno questi signori a conoscere i movimenti più o meno recenti del leader dello Stato Islamico? Che ne pensa di tutto ciò il Copasir, ovvero ilComitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica? E il governo italiano, che molto si sta spendendo per le azioni diplomatiche in Libia, non ha alcun commento da fare?

 

Il ruolo dei media
Se compito dell’intelligence è garantire la nostra sicurezza, verificando le fonti e acquisendo informazioni sensibili per meglio operare contro gli obiettivi preordinati (e uno gruppo terroristico che minaccia l’Italia gridando ai quattro venti “Stiamo arrivando a Roma”, dovrebbe rientrare in quest’ultima categoria), compito dei giornalisti è invece scovare e verificare le notizie.

Monica Maggioni, direttrice di Rainews 24, ha recentemente dichiarato che non mostrerà più le crude immagini diffuse dallo Stato Islamico per non fare ancora “da cassa di risonanza” alla propaganda di ISIS. Un gesto forse tardivo, ma certo significativo. Mentre Enrico Mentana, direttore del TG La7, ha coerentemente scelto fin dallo scorso anno di non mostrare la barbarie dei miliziani di Raqqa e Mosul.

 Insomma, la categoria dei giornalisti s’interroga sull’opportunità o meno di trattare l’insidiosa materia e su come diffondere notizie potenzialmente incendiarie (purché vere) come quelle relative alla jihad islamica. Un dibattito che, come lo si voglia vedere, è certo salutare ai fini di una corretta conoscenza della realtà.

 Non occorre scomodare Charlie Hebdo o Michel Houellebecq per ricordare l’importanza e il potere dei media sulla collettività e la serietà della questione che l’Islam pone oggi all’intera società europea. L’importante, però, è trattare la materia come merita. Cioè con cautela e giudizio.

 

 

 

 

 

 

© Riproduzione Riservata

Commenti