Esteri

Fabbriche della morte. Fermare il sangue si può

Le multinazionali occidentali pensano di darsi un codice etico condiviso per cancellare lo schiavismo nel sud-est asiatico

Parenti delle vittime del crollo del Rana Plaza di Dacca, in Bangladesh, piangono i loro morti (Credits: Epa/Abir Abdullah)

Mentre in Bangladesh si piangono le 1.127 vittime della tragedia del Rana Plaza , in Cambogia, a Phnom Penh, crolla il tetto della Wing Star Shoes, una fabbrica che produce scarpe per il mercato mondiale. I morti potrebbero essere un centinaio. Questo ennesimo incidente spinge a ripensare le regole del mercato del lavoro nel Sud-est asiatico e le regole (etiche) del mercato della domanda in Occidente. Solo la Cambogia esporta ogni anno circa 4 miliardi di dollari di merce verso Stati Uniti ed Europa.

L'abbigliamento low-cost che uccide

Magliette, vestiti, scarpe da ginnastica o da passeggio a prezzi stracciati. Le grandi catene occidentali ogni anno acquistano dai mercati asiatici miliardi di merce da vendere low-cost. Ma il prezzo da pagare per i lavoratori ormai ha oltrepassato ogni limite. Sono soprattutto le donne e i bambini a restare schiacciati dall'ingranaggio delle produzioni a bassi costi nei Paesi dell'Asia-Pacifico. Bangladesh, Pakistan, Cambogia, Vietnam, Thailandia, Filippine, Cina. Milioni di lavoratori siedono per 10-15 ore al giorno su macchine da cucire. I loro diritti sono praticamente inesistenti e, quando scioperano, i leader della protesta vengono arrestati (se gli va bene) o direttamente uccisi. Come nel caso delle rivolte in Bangladesh lo scorso anno, triste monito per la tragedia a venire di Dacca. Ad aprile del 2012 per diversi giorni nella capitale del Bangladesh migliaia di lavoratori del settore tessile e manifatturiero scesero in piazza per chiedere migliori condizioni di lavoro e stipendi più dignitosi. Il risultato di quegli scioperi fu l'arresto, la tortura e poi l'uccisione di Aminul Islam, il leader delle organizzazioni sindacali che era a capo della rivolta degli operai del settore. Alcune aziende occidentali decisero di traslocare in altri paesi della regione dove la produzione non veniva rallentata dalle manifestazioni sindacali e il business riprese tale e quale, fino ad arrivare alla tragedia di Savar, una sorta di Bhopal del settore tessile. Anche a Phnom Penh lo scorso marzo si sono tenute manifestazioni degli operai tessili che chiedevano la fine della condizione di schiavismo strisciante nelle fabbriche. Ma quelle proteste sono rimaste inascoltate, almeno fino al crollo del tetto della Wing Star Shoes.

Le peggiori tragedie nel settore tessile

La tragedia di Savar a Dacca è stata la più grande, ma non è certo l'unico disastro che colpisce i lavoratori asiatici che confezionano prodotti low-cost per le grandi catene occidentali. A novembre del 2012 sempre a Dacca sono morti 100 operai di una fabbrica tessile, a causa di un incendio scoppiato improvvisamente. A settembre del 2012 esplodono due incendi a Karachi e a Lahore, in Pakistan. Le fabbriche colpite producono magliette e scarpe. Si contano 315 vittime è più di 250 feriti. Andando indietro negli anni, è la Thailandia che piange. Nel 1993, sempre un incendio uccide 188 lavoratori della Kader Toy Factory di Bangkok. A morire sono soprattutto donne e giovani adolescenti, impiegate per produrre abbigliamento per l'infanzia e accessori destinati al mercato europeo e americano. A queste si aggiungono vittime quotidiane delle terribili condizioni di lavoro nella regione dell'Asia-Pacifico. La settimana scorsa, sempre in Bangladesh, sono rimasti uccisi 8 operai in un incendio. Numeri che non fanno notizia, ma che dalla tragedia di Savar in poi stanno costringendo l'Occidente a riconsiderare le sue politiche commerciali.

Effetto Triangle anche per le magliette a prezzi stracciati?

Era il 25 marzo 1911 quando a New York nella Triangle Shirtwaist Factory esplose un incendio. Restarono uccise 146 operaie, soprattutto immigrate provenienti dall'Italia e dai paesi dell'Europa dell'est. Quel tragico incidente, il più grave nella storia del comparto tessile negli Stati Uniti, fu lo spartiacque per un cambio radicale della legislazione sul lavoro. Dopo il disastro della Triangle gli Usa adottarono norme più stringenti ed efficaci riguardo agli standard di sicurezza nelle fabbriche e per la tutela dei lavoratori. Oggi, a distanza di un secolo, in molti si chiedono se è possibile un effetto Triangle anche nella regione dell'Asia-Pacifico. La risposta è sì. Non solo i lavoratori asiatici oggi sono più coscienti di qualche anno fa e sono pronti a combattere per raggiungere quei diritti che gli sono stati negati finora, ma anche l'Occidente che compra a prezzi stracciati dalle fabbriche della morte ha acquisito una maggiore coscienza e può intervenire direttamente nel complesso processo di miglioramento delle condizioni lavorative nelle fabbriche dell'estremo Oriente. A livello istituzionale l'ILO (International Labour Organization) ha messo in campo delle misure di tutela per i lavoratori soggetti a regimi di semi-schiavismo nei paesi più poveri del mondo. Ma l'iniziativa più interessante viene dalle grandi multinazionali dell'abbigliamento, che prendono spunto dal precedente (di successo) dell'industria alimentare. Molti gruppi stanno pensando di offrire ai loro clienti informazioni dettagliate sulla provenienza dei capi di abbigliamento venduti. H&M e Zara hanno deciso di siglare un "accordo per la sicurezza nelle fabbriche", e aziende come Disney, Nike e Walmart sono in procinto di organizzare campagne per un "commercio equo", sulla scia delle campagne organizzate dai verdi e dai consumatori di prodotti alimentari organici. L'idea è quella di assumersi una maggiore responsabilità sui mercati che producono beni da vendere in Occidente, in maniera tale da contribuire ad aumentare gli standard di sicurezza sul lavoro, e il trattamento riservato agli operai delle fabbriche tessili. Dall'altra parte, anche i governi locali dovrebbero parimenti impegnarsi per creare una normativa più "equa" nei confronti dei loro lavoratori. E, last but not least, i venditori al dettaglio possono intervenire e fare pressioni sulle fabbriche orientali, unitamente ai loro clienti, affinché una maglietta prodotta in Bangladesh costi poco, sì, ma non così poco da ignorare il valore di una vita umana. La tragedia del Bangladesh è un grande insegnamento, che anche l'Occidente può seguire, affinché non ci sia un altro disastro e altri morti come la carica dei mille di Savar.

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