Massimo Bossetti
Cronaca

Yara, confermato il carcere per Bossetti

Ecco perché la Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla difesa contro la custodia cautelare

Il dna trovato sugli abiti di Yara Gambirasio rimane l’indizio cardine che tiene Massimo Bossetti in carcere. Lo ha deciso la prima sezione penale della Corte di Cassazione che ha rigettato l’istanza di scarcerazione presentata della difesa dell’operaio di Mapello. La decisione della suprema corte, che arriva alla vigilia del quarto anniversario del ritrovamento del corpo della ginnasta di Brembate nel campo di Chignolo d’Isola, è stata formulata dopo oltre tre ore di camera di consiglio. In mattinata il procuratore generale aveva criticato alcuni passaggi dell’inchiesta condotta dalla Procura di Bergamo, ma aveva poi chiesto che il ricorso fosse rigettato. E così è stato. Naufraga così l’ultima possibilità dei legali di Bossetti di invalidare quella che viene considerata la “prova” regina contro l’operaio. Ma non per questo si chiude la partita sul dna. Il ricorso dell’avvocato Claudio Salvagni, infatti, si fondava sulla correttezza formale dell’incarico assegnato al Ris dei carabinieri in fase di estrazione del campione genetico del presunto assassino dagli abiti di Yara Gambirasio.

L’avvocato Salvagni sosteneva che l’incarico fosse stato affidato dal pubblico ministero Letizia Ruggeri con la formula della “ripetibilità”. A suo dire, invece, sarebbe dovuto essere applicato il criterio della irripetibilità, anche perché, in effetti, di quel campione non sembra esisterne più nemmeno una goccia e quindi l’esame sarebbe davvero irripetibile. Tesi smentita dalla Cassazione, che osserva che la comunicazione formale dell’accertamento non avrebbe comunque riguardato Massimo Bossetti, allora sconosciuto. E che le indagini erano contro ignoti. Superato questo vaglio, la procura può quindi chiudere ufficialmente le indagini e, dopo venti giorni, chiedere il rinvio a giudizio. Il dna, però, resterà il fulcro non solo dell’accusa, ma anche della difesa.

Secondo la relazione del genetista perito della Procura Carlo Previderè, infatti, gli accertamenti sui reperti biologici hanno evidenziato una “anomalia”. In termini tecnici, mentre il dna nucleare (quello più identificativo) di Ignoto 1 trova esatta corrispondenza con quello di Bossetti, non è così per il dna mitocondriale (quello che indica la familiarità, non l’esatto individuo). Secondo alcuni scienziati, tra i quali la consulente della difesa, Sarah Gino, questo è impossibile in natura e mina nelle fondamenta la validità del risultato. E cioè che Ignoto 1 sia Massimo Bossetti. Contro il quale, però, la procura ritiene di poter portare numerosi altri indizi di colpevolezza, sufficienti a farlo condannare. In dubio pro reo, ribatte l’avvocato Salvagni. Intanto, al tribunale di Bergamo, stanno organizzando la logistica e la sicurezza per quello che sarà un processo anche mediatico. 

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