Cronaca

Strage via D'Amelio: l'onore restituito a tre poliziotti

La procura di Caltanissetta sul depistaggio delle indagini sulla morte di Paolo Borsellino e scorta: "Il fatto più grave della storia giudiziaria d'Italia"

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Palermo. Via D'Amelio. Sono passate da poco le 17 del 19 luglio 1992. L'auto di scorta del giudice Borsellino e le macchine in sosta bruciano ancora distrutte dall'esplosione – Credits: Agf

La verità del depistaggio della strage di via D’Amelio in 188 pagine. Tre dirigenti di Polizia, Mario Bo’, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera, che facevano parte del famoso gruppo “Falcone-Borsellino” erano indagati dalla procura di Caltanissetta per concorso in calunnia aggravata sulla strage del 19 luglio 1992, dove morirono il dottor Borsellino e gli agenti della scorta.

I principali accusatori, tutti falsi pentiti: Francesco Andriotta, Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino, che hanno accusato i tre poliziotti di averli “imbeccati” per depistare le indagini sulla strage di via Mariano D’Amelio. Ipotesi grave e inquietante. Il 30 luglio del 2015, il procuratore capo di Caltanissetta, Sergio Lari, insieme ai suoi due sostituti, Gabriele Paci e Stefano Luciani, firmano l’archiviazione degli indagati, motivandola in circa 200 pagine. Onore restituito ai tre poliziotti, dopo un calvario di quatto anni.   
 
Il “colossale depistaggio”
 
Tutto inizia quando Arnaldo La Barbera, il poliziotto che con decreto della presidenza del Consiglio, viene messo a capo del gruppo “Falcone-Borsellino”, la struttura che indagava sulle stragi siciliane del ’92. Arnaldo La Barbera si concentra subito su Salvatore Candura, cresciuto nel sottobosco mafioso. Quest’ultimo, cedendo alle pressioni degli inquirenti, fornisce false dichiarazioni, indicando come autore del furto della Fiat 126 imbottita di tritolo che uccise il giudice Borsellino e la sua scorta, un certo Luciano Valenti, su istigazione di Vincenzo Scarantino, “un balordo” della borgata mafiosa.

Successivamente Candura ritratta, si autoaccusa del furto dell’auto, ma conferma il ruolo strategico dello Scarantino. E proprio da qui, secondo i magistrati siciliani, inizia il “colossale depistaggio” sulla strage di via D’Amelio che con la partecipazione di un altro pentito, Andriotta, ha come Scarantino il principale fautore di questo castello di sabbia, con il conseguente “perverso intreccio di dichiarazioni menzognere e calunniose”. Aggiungono i magistrati una considerazione amarissima: “Non può sottacersi come l’intera vicenda che ha avuto come epilogo la celebrazione dei primi due processi per la strage di via D’Amelio sia tra le più gravi, se non la più grave in assoluto, della storia giudiziaria di questo Paese”.

 

I magistrati di Caltanissetta affermano che la vicenda giudiziaria dunque nasce a monte da “una falsa ricostruzione, operata poi in fase processuale” e confluita “nelle sentenze della strage di via D’Amelio, che hanno determinato condanne in carcere di innocenti”.
 
I falsi pentiti: Andriotta, Candura e Scarantino
 
Andriotta, diventa “collaboratore” di giustizia nel 1993, dopo che era in carcere dal 1991 con una condanna all’ergastolo, per omicidio premeditato. Conosce Scarantino in cella, che si accredita come un boss di Cosa nostra. Fra i due nasce “un’amicizia”, anche con scambio di pizzini, tra cui un messaggio cifrato per l’uccisione del magistrato Guido Lo Forte. Scarantino era analfabeta e l’Andriotta gli leggeva i messaggi destinati al suo compagno di cella, che venivano recapitati durante i colloqui con la moglie.

L’amicizia diventa sempre più intensa e Scarantino confessa all’Andriotta di aver rubato la macchina, la Fiat imbottita di tritolo, ammettendo il suo coinvolgimento nella strage di via D’Amelio. Ma davanti ai pm dichiara, “di non essere stato lui a costruire le cose”, bensì a “esser suggerito di queste frasi da Arnaldo La Barbera, con il dottor Mario Bo’ e Vincenzo Ricciardi, che li andavano a trovare in carcere per colloqui investigativi.  Andriotta, secondo i magistrati nisseni, dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, ritratta tutto, oltre a confessare tutte le sue  falsità rese in fase d’interrogatorio e in dibattimento sull’assassinio del giudice Borsellino. Il motivo? Aveva concordato con Scarantino di rendere dichiarazioni menzognere in cambio “della collaborazione con lo Stato”.
 
Candura, dopo molteplici interrogatori in cui si autoaccusava davanti ai magistrati di aver rubato lui l’auto imbottita di tritolo per la strage di via D’Amelio su ordine di Scarantino, ritratta tutto. Ma punta il dito su gruppo “Falcone-Borsellino”, per essere stato “pressato nel dichiarare tali versioni” dopo aver ricevuto minacce personali e ai suoi parenti, direttamente dal capo del pool che coordinava le indagini insieme ai magistrati per le stragi del ’92. Secondo Candura, Arnaldo La Barbera “faceva pressioni affinché le sue dichiarazioni fossero di autocolpevolezza”.

Ma non solo, il falso pentito indica anche i nomi dei tre poliziotti, indagati fino a maggio scorso, che lo hanno costretto a depistare, con le sue versioni, l’inchiesta di via D’Amelio.  I magistrati di Caltanissetta, nella motivazione di archiviazione nei confronti dei tre dirigenti di Polizia, scrivono l’esatto contrario su Candura. Ovvero compulsato in vari interrogatori, riferisce “circostanze non vere”, con il solo fine, di “accreditarsi” all’autorità giudiziaria, per ottenere la patente di “attendibilità” come pentito. E del resto, con dati e prove alla mano, gli indagati: Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera dimostrano la loro estraneità a tali fatti e alle menzogne raccontate dal falso pentito. Addirittura, l’altro poliziotto, Mario Bo’, all’epoca dei fatti raccontati dal Candura, non era ancora entrato nella squadra “Falcone- Borsellino”. Quindi non aveva potuto indurlo a depistare indagini e a fare pressioni o minacce su di lui, visto che non si occupava di tale vicenda giudiziaria. Queste le conclusioni della magistratura di Caltanissetta.
 
Scarantino in carcere da fine settembre del 1992 per la strage di via D’Amelio.  I giudici e i magistrati dell’epoca lo consideravano attendibile, perché come scrivono ora i pm nisseni, avevano come soli fonti di prova, “circostanze univoche e concordanti dello Scarantino rese al pm, da due persone, (fra cui il Candura e il Valenti)”, per questo motivo lo  Scarantino ha commissionato e ricevuto la Fiat 126 utilizzata come esplosivo nella strage”. Nel giugno del 1994, Scarantino inizia a collaborare con la giustizia e riempie pagine di verbali d’interrogatorio. Parla di “suggeritori delle sue versioni” e accusa, Arnaldo La Barbera e i poliziotti Vincenzo Ricciardi, Mario Bo’ e Salvatore La Barbera.
 
Sull’attendibilità dello Scarantino la dottoressa Ilda Boccassini, applicata da Milano a Caltanissetta per indagare sulle stragi del ’92, che lo interrogò nell’estate del 1994, lo bollò subito come “balordo”. E deponendo il 21 gennaio del 2014 al Borsellino quater davanti la corte d’Assise di Caltanissetta ha detto: “Mi accorsi subito che Scarantino raccontava fregnacce pericolose”.
 
Ilda, la “rossa”, non credeva a “quel balordo” e il 12 ottobre del 1994, prima di lasciare la Sicilia, inviò due note dettagliate ai procuratori capi di Palermo e Caltanissetta, ma quei promemoria vennero ignorati. Lei, snobbata dai suoi colleghi siciliani.
 
Scarantino ormai interrogato sia dai magistrati sia in processi, in oltre 20 anni, fino al 2009 ha sempre usato lo stesso “modus procedendi”: confermare le sue deposizioni, ritrattarle, negare la ritrattazione e fornire ulteriori ipotesi per poi negarle di nuovo. Ma la vera svolta arriva nelle udienze di settembre e ottobre del 1998 al processo denominato “Borsellino bis”: egli nega tutto davanti ai giudici e dichiara di “non aver mai detto la verità”, “di non saper nulla della strage di via D’Amelio” e “di aver ingiustamente accusato persone sconosciute e estranee a tali vicende giudiziarie al solo scopo di evitare il regime carcerario duro, il 41 bis”.
 
Onore restituito ai tre poliziotti
 
Nelle pagine di motivazione dell’archiviazione dei tre funzionari di Polizia da parte della procura di Caltanissetta, si restituisce l’onore a servitori di Stato, squarciato e lacerato da tre “pseudo-pentiti”. I magistrati scrivono, “il Candura messo alle strette, comprese bene, come il castello di menzogne” da lui messo in piedi, “fosse prossimo a crollare”. Mentre l’Andriotta, “appare indubbiamente segnato da imprecisione e incoerenza, nonché da illogicità, allo stato, difficilmente superabili”. E ancora, “l’Andriotta non è da escludere che abbia cercato di ridimensionare le proprie responsabilità puntando l’indice contro gli odierni imputati (Ricciardi, Bo’, La Barbera ndr)”. Invece sullo Scarantino, dopo una notevole premessa sulle sue dichiarazioni i magistrati sono convenuti nel dichiarare che le mosse accuse ai tre poliziotti “sono incerte e ambigue”. Anche perché lo Scarantino, “non ha evidenziato alcuna interlocuzione con gli appartenenti al gruppo Falcone-Borsellino”.
 
Nelle conclusioni i magistrati scrivono, che i tre falsi pentiti, “non hanno esitato in passato a rendere dichiarazioni mendaci su fatti gravissimi che hanno segnato la storia di questo Paese, e hanno comportato come immediata e deplorevole conseguenza, la condanna di diversi soggetti alla pena massima, facendo loro scontare anni di detenzione ingiusta”.
 
L’avvocato Caleca: i poliziotti hanno pagato prezzo altissimo per queste falsità
 
Il legale dei tre poliziotti, Nino Caleca, insieme a Marcello Montalbano e Roberta Pezzano, affida a Panorama.it una dichiarazione a caldo: “Mario Bo’, Vincenzo Ricciardi e Salvatore La Barbera, hanno pagato un prezzo molto alto per questa vicenda. Sia  professionalmente che umanamente. La Procura di Caltanissetta ha fatto una indagine particolarmente approfondita e la richiesta di archiviazione, che restituisce serenità agli interessati testimonia anche lo sforzo che quella procura sta facendo per non lasciare alcuna ombra nella ricostruzione di quei terribili accadimenti".
 
Stoccata di Caltanissetta a Palermo: Scarantino come un film di Francis Ford Coppola   
 
Ma i pm nisseni, su Scarantino vanno oltre, dando ragione alla Boccassini, dopo 21 anni, e tirando un fendente ai colleghi palermitani che si sono occupati di definire tale ”falso collaboratore” come “attendibilissimo” in una nota requisitoria.
Il colpo di coupé di Sergio Lari,” il racconto fornito dallo Scarantino è la descrizione avvenuta a villa Calascibetta, tratteggiata quasi esclusivamente in via autonoma. Ormai è un dato processuale acquisito che tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1992, Riina, riunisce poche persone, capi e killer corleonesi nella villa del boss Giuseppe Calascibetta a Palermo per ordinare l’uccisione del dottor Borsellino, idea che era già maturata a Riina nel 1991.
 
Secondo la procura di Caltanissetta, mente si decideva “un evento catastrofico, durante “una seduta plenaria, alla presenza di capi mandamento e gregari di Cosa nostra, tutti seduti attorno allo stesso tavolo, con lo Scarantino che addirittura sarebbe riuscito ad accedere, di passaggio, nella stanza, proprio nel cruciale e fatidico momento in cui Riina pronunciava la sentenza di morte nei confronti di Borsellino”. Per Caltanissetta la versione del falso pentito e “una rappresentazione degna di un film di Francis Ford Coppola, ma non certo un gran biglietto da visita per quello che sarebbe dovuto diventare il “nuovo Buscetta”.

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