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Cronaca

Saviano, il moralista senza morale

Per la latitanza di Valter Lavitola, lo scrittore accusa Panorama di "spionaggio", attacca un collaboratore mai indagato (che ha saccheggiato per scrivere "Gomorra") e sprofonda nel ridicolo

Panorama ha spesso solidarizzato con Roberto Saviano, autore dalle radici culturali di centrodestra poi abbandonate strada facendo. Tuttavia lo scrittore sembra avere smarrito il senso della realtà (e con lui il direttore di Repubblica che pubblica cotante scempiaggini): ormai vede dovunque la cosiddetta «macchina del fango». Il risultato è grottesco: il primo produttore di melma e monnezza è lui stesso.

La prova? Su Repubblica del 3 agosto, in "La fabbrica dei dossier", Saviano dispiega un collage di fatti sconnessi tra loro per sostenere l’allarmistica tesi che siamo ormai "ai limiti dell’eversione dell’ordine democratico". In questa arrampicata verso l’assurdo si parte dall’arresto di un maresciallo dei carabinieri per ricordare che un collaboratore di Panorama, Simone Di Meo, ha firmato con questo sottufficiale due libri e, in un crescendo d’insinuazioni, Saviano afferma che esistono "informatori al soldo del migliore offerente". Di Meo, estraneo all’inchiesta, ha annunciato querela spiegando che è già stato vittima di Saviano. Lo ha stabilito (anche) la Cassazione: su Gomorra ci sono brani copiati da alcuni scritti di Di Meo. Ma nel suo j’accuse lo scrittore omette di ricordarlo. Chissà perché...


Non pago, il co-autore di Gomorra, con l’azzardo di una funambolica manipolazione, si spinge a criminalizzare Panorama, così: "In un’intervista, il procuratore aggiunto (di Napoli, ndr) Vincenzo Piscitelli, nel commentare l’esito di un processo che ha visto condannati un avvocato e un cancelliere dell’ufficio Gip di Napoli, ha parlato chiaramente di una 'operazione di spionaggio'. Quell’intervista riguardava non una fuga di notizie qualsiasi, ma quella che aveva favorito la latitanza di Valter Lavitola". Le notizie, pubblicate da Panorama, furono "acquisite da un giornalista, Giacomo Amadori, inizialmente indagato insieme al direttore del settimanale, Giorgio Mulè; le due posizioni sono state poi archiviate". Perché? Lo scrittore non lo spiega. Lo facciamo noi, consigliandogli la lettura di due sentenze emesse da giudici di Roma e Milano dove si afferma che i giornalisti di Panorama fecero unicamente il loro lavoro senza commettere alcun reato e uscendo a testa alta con "archiviazioni totali" o "perché il fatto non sussiste" o "non costituisce reato". Vero è che si trattò di una "operazione di spionaggio", anzi di una "gigantesca operazione di spionaggio" come scrivemmo tre anni fa: ma a carico dei giornalisti di Panorama.
Per settimane migliaia di telefonate fatte e ricevute da cinque di loro, tre non indagati (c’era anche Di Meo), vennero intercettate (finì sotto controllo anche l’utenza fissa della segreteria del direttore). Una di queste conversazioni teoricamente non divulgabile, che riguardava fatti estranei all’inchiesta e di nessun rilievo penale, fu pubblicata dall’Espresso (Saviano ci scrive ogni settimana, dovrebbe saperlo) e a due anni dalla denuncia si attende ancora un sussulto dai magistrati per questa evidente e clamorosa operazione di spionaggio nello spionaggio. Così come Saviano dimentica di ricordare che, in base al suo metro di giudizio (suo, non nostro), se qualcuno favorì la latitanza di Lavitola questi furono Enrico Mentana e Marco Travaglio che lo intervistarono in diretta televisiva via satellite mentre la giustizia lo braccava: terminata l’intervista, nessun pilastro della Procura partenopea andò a chiedere ai due giornalisti da dove il latitante Lavitola si fosse collegato.
Allo smemorato autore di Gomorra basterebbe ricordare inoltre che una delle firme storiche di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo, ha opportunamente spiegato che le notizie si pubblicano sempre: è nascondendole che prosperano i favori verso i poteri forti. Non solo, altra lezioncina: la capacità di rivelare notizie riservate, tipo l’avviso di garanzia a un presidente del Consiglio, è la cifra che distingue un bravo cronista da un passacarte delle Procure. Ciononostante, Saviano insiste: "Il nome di Amadori ritorna anche in un’altra vicenda", quella relativa all’avvocato Michele Santonastaso che, minacciando lo scrittore, "sfruttava la propria conoscenza con il giornalista per aumentare il clamore mediatico della notizia". Il legale venne intervistato da Amadori (cliccare sul pdf per ingrandirlo).

L'intervista di Giacomo Amadori

La reprimenda di Amadori contro l’avvocato (poi condannato) è evidente e durissima. Ma Saviano quel testo non l’ha mai letto, lo ignora. E questo saccente ignorantello pretende anche di fare la morale?

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