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Cronaca

Rifiuti. Non hai voluto il riciclo? Paga

Roma e Napoli sono al collasso con la spazzatura, ma a Parma Pizzarotti dice no al termovalorizzatore. Che invece a Brescia permette di riscaldare mezza città.

Credits: gettyimages

Tutta a buchi com’è, la pattumierina regalo che sta arrivando nelle case dei milanesi è singolare. L’Amsa, l’azienda della nettezza urbana del capoluogo lombardo, assicura che sono proprio quei buchi a «consentire di ridurre al minimo i cattivi odori». Il concetto è ardito, ma è anche così che Milano si sta preparando per il ritorno all’umido, inteso come il riavvio, dopo 11 anni, della raccolta differenziata dei resti di cucina.

Roma, nel frattempo, sta galoppando verso l’ennesima proroga per la discarica che da trent’anni inghiotte l’80 per cento dei suoi scarti: Malagrotta, un nome sinistro, per un’area grande più di 250 campi di calcio, zeppi d’immondizia da scoppiare. «Opera in violazione della normativa» ha messo nero su bianco la Commissione europea un anno e mezzo fa.

Storie di ordinaria Italia alla ricerca del posto giusto dove mettere i propri avanzi. Un’operazione complicatissima, che nel nostro Paese capita troppo spesso si tramuti in catastrofe. Nel 1995 ad avere le strade lastricate d’immondizia era Milano. In questi giorni sono in emergenza a Roma e c’è da mettersi le mani nei capelli. In metà della Sicilia non si raccolgono i rifiuti perché i comuni, Taormina compresa, hanno smesso di pagare le aziende d’igiene urbana, mentre la Campania, che deve fare di tutto per risparmiare all’Italia una multa pesante della Corte di giustizia europea, ha sulle spalle 1 milione di tonnellate di rifiuti all’anno che non riesce a smaltire, più 6 milioni di ecoballe accatastate da 11 anni a Giugliano, l’ex discarica di Napoli. Per bruciarle, il termovalorizzatore che non c’è (ma è programmato dal 2008), impiegherebbe 15 anni.

Dietro le miserie spuntano inaspettate nobiltà. Salerno differenzia il 70 per cento della spazzatura che produce. Veneto e Trentino-Alto Adige sono intorno al 60 per cento. Intorno al 50 Piemonte, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Emilia-Romagna e Sardegna. Negli ultimi 15 anni la media nazionale della raccolta differenziata è passata dal 9 a quasi il 40 per cento. E per recuperarne i frutti dal nord al sud del Paese, pagando il relativo corrispettivo ai comuni, opera un consorzio tra produttori di imballaggi, il Conai. È nata da qui l’industria del riciclaggio made in Italy, diventata la seconda d’Europa dopo quella tedesca. Oggi metà della produzione nazionale di carta deriva dai maceri e il 60 per cento di quella di acciaio dai rottami ferrosi. Le vetrerie coprono la maggior parte del loro fabbisogno coi cocci di bottiglia. Sul fiorente mercato internazionale delle materie prime seconde, quelle nate dal riciclo dei rifiuti, l’Italia esporta rottami di alluminio, bottiglie di plastica e carta usate.

Raccolta differenziata e riciclaggio, però, possono non bastare. Se a Roma si riuscisse a separare il 60 per cento di quel che si butta, come prevede il nuovo patto presentato in agosto e benedetto dal ministro dell’Ambiente Corrado Clini, resterebbe comunque da smaltire una montagna d’immondizia: 1.800 tonnellate al giorno, più di quanto produce quotidianamente l’intera città di Napoli. Con la differenziata all’attuale 25 per cento, in realtà, alla discarica di Malagrotta ne arrivano ogni giorno 3 mila in più. Ma il peggio è che si tratta in gran parte di rifiuti scaricati tali e quali a come sono entrati nei cassonetti, mai passati dal pretrattamento meccanico biologico obbligatorio per legge dal 2003. Per questo Malagrotta è finita nel mirino dell’Unione Europea, che ha avviato una procedura di infrazione con il nostro Paese. I resti organici lasciati in discarica così come sono producono gas che inquinano l’aria e percolato che ammorba terreni e falde acquifere.

Dal 31 dicembre non potrà più entrarvi nemmeno uno spillo, ha ordinato il prefetto Goffredo Sottile nella proroga dello scorso 30 giugno. A tre mesi dall’ultimatum, però, l’alternativa a Malagrotta non c’è. A meno che non scatti il piano B: esportare, a pagamento, la spazzatura romana. Una tentazione che sta guadagnando terreno nelle stanze dei bottoni della capitale in questo periodo di campagna elettorale totale, con le votazioni comunali, regionali e nazionali alle porte e col presidente della provincia, Nicola Zingaretti, in pole position come prossimo candidato sindaco del centrosinistra.

A Napoli e in Campania, del resto, esportano monnezza da più di un decennio. Quest’anno sono persino riusciti a spuntare contratti sorprendentemente vantaggiosi per spedirla via mare. Destinazione due termovalorizzatori nei Paesi Bassi, il prezzo è pari a meno della metà di quanto pagato un anno fa all’inceneritore di Busto Arsizio. E la soddisfazione è reciproca: «Con 50 mila tonnellate di rifiuti napoletani produciamo energia per 35 milioni di docce bollenti» hanno gongolato dall’impianto di Rotterdam. Che come gli altri termovalorizzatori olandesi ha bisogno di importare rifiuti da bruciare: in tutto il paese non se ne producono a sufficienza.

Grazie all’export, ma anche all’invio in Puglia e in altre regioni d’Italia, alla raccolta differenziata che avanza e al termovalorizzatore di Acerra che da tre anni digerisce oltre un terzo dell’indifferenziata e la trasforma in elettricità, l’allarme rifiuti in Campania al momento è tamponato. Sull’arruffata gestione dei rifiuti alla campana incombe da tempo l’Europa, che ora minaccia di passare ai fatti: condannare il nostro Paese a pagare una multa di 8,8 milioni di euro, più un importo da definire stimato in 500 mila euro al giorno, finché l’infrazione non sarà rientrata. Il piano antisanzione messo a punto dalla Regione Campania è stato inviato a Bruxelles il 17 settembre. Ultimo di una lunga serie di versioni rivedute e corrette sulla base dei rilievi della Commissione, è già stato rispedito al mittente. Manca il cronoprogramma di nuovi impianti e non c’è traccia dell’ubicazione delle discariche che si intendono aprire, ha fatto notare l’Ue al nostro ministero dell’Ambiente. Difficile che qualcuno riesca a fornirle una risposta convincente.

Discariche e nuovi impianti al momento sono tutti impantanati. Il termovalorizzatore previsto a Salerno è bloccato da ricorsi e controricorsi alla giustizia amministrativa. Su quello di Napoli Est pesa il no del sindaco napoletano Luigi De Magistris, anche se la proposta della A2a, società che gestisce pure Acerra, non è stata ritirata.

«Il tempo è scaduto» riferisce l’eurodeputato napoletano Crescenzio Rivellini. «Dopo 5 anni dalla messa in mora per l’emergenza rifiuti in Campania del 2007, a più di due dalla prima condanna della Corte di giustizia europea, l’intenzione è deferire di nuovo l’Italia alla Corte entro fine anno». Se così fosse, ricorda Rivellini, «la sanzione sarebbe immediata». La sua fonte? Il direttore generale Ambiente della Commissione europea, il tedesco Karl Falkenberg, «l’uomo forte della direzione, quello che decide».

Paradossi italiani: 500 mila euro al giorno di sanzione per un anno significano poco meno di quanto è costato il termovalorizzatore di Parma, progettato per trasmutare in energia 130 mila tonnellate di rifiuti l’anno. Lo sta ultimando accanto allo stabilimento della Barilla la Iren, multiutility quotata in borsa della quale è azionista lo stesso comune parmigiano. L’inaugurazione dell’impianto è prevista per dicembre, ma il comune non lo vuole più. Federico Pizzarotti, 39enne neoprimo cittadino e primo sindaco del Movimento 5 stelle, ne ha fatto un punto d’onore: la «fabbrica di morte non aprirà». Se lo farà, «dovranno passare sul cadavere di Pizzarotti» ha avvertito Beppe Grillo.

Eppure, Brescia convive col termovalorizzatore più grande d’Europa da 15 anni. I bresciani raccolgono in maniera differenziata il 40 per cento dei loro scarti. Tutto il resto finisce lì, in quel forno azzurrino accanto all’autostrada Milano-Venezia, che coi rifiuti riscalda metà della città e produce elettricità per 200 mila famiglie. Anche a Milano, che non ha più discariche in attività, l’immondizia indifferenziata al completo finisce in un inceneritore senza scatenare le ire dei comitati. La raccolta differenziata meneghina, però, è inchiodata da tempo al 34 per cento, più di 30 punti sotto l’obiettivo che dovrebbe essere raggiunto a fine anno. Solo il ritorno dell’umido permetterà di risalire la china. Nel 2001, quando gli avanzi dei milanesi tornarono nel sacco nero, l’Amsa sosteneva che la raccolta dell’umido costava 3 miliardi di lire all’anno, ma produceva materiale scadente. Undici anni dopo la presidente dell’Amsa Sonia Cantoni intende ricavarne biometano e fertilizzanti per il verde e gli orti di Milano.

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