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Cronaca

"Mi odio allora ti uccido". La storia dei due Matteo

Uguali proprio in tutto, meno che nel carattere. I successi di Matteo Biggi fanno delirare il suo omonimo che lo uccide.

Mi odio ma ti uccido.La storia dei due Matteo.

– Credits: Web

Matteo Biggi vs Matteo Biggi. Stesso nome, stesso cognome, stesso lavoro, stessa età: 30 anni. Persino stessa città e stessa donna (la sorella dell'assassino) amata e desiderata da entrambi.

Per trent’anni hanno vissuto nella stessa città, Genova, e lavorato l’uno accanto all’altro sulle stesse banchine del porto del capoluogo ligure, per la stessa società portuale.

Ma c’era qualcosa di impercettibile che li rendeva  diversi. E non si trattava del solo aspetto fisico. Uno era un ragazzo solare, un giovanotto con tanta voglia di vivere e di innamorasi; l’altro, invece, da alcuni mesi era vittima della depressione e della solitudine. Ed è stato proprio l’amore di Matteo verso la sorella del giovanotto fragile e depresso a far scatenare tutta la sua violenza.

Lorita Tinelli, psicologa ad indirizzo clinico, che cosa può aver scatenato la violenza del ragazzo?

E’ indubbiamente un caso molto singolare. Premesso che è impossibile tracciare una diagnosi precisa e fare dunque un’analisi psicologica dell’omicida, si può sostenere che Matteo quello “fragile” abbia visto l’altro, Matteo “solare” come il suo alter ego, la parte migliore di sé che però lui non riusciva a riconoscere e ad accettare. Oppure, può aver visto nel suo omonimo anche la parte peggiore di sé, quella che avrebbe voluto eliminare. E che poi sostanzialmente ha fatto.
Lo stesso nome, l'età, le frequentazioni identiche e il Matteo “fragile” è probabilmente entrato in crisi. Questo può aver accentuato ulteriormente la sua depressione e il suo malessere.

Dottoressa, si potrebbe parlare di una sorta di “suicidio”?
“Certo. In una mente fragile tutte queste coincidenze persino anagrafiche oltre che professionali, potrebbero essere state viste e anche vissute dal Matteo “fragile” come una vita parallela. Si vedeva rappresentato con un carattere e una personalità diversa, con una immagine fisica diversa che può averlo mandato in tilt e portato ad eliminare questa parte di sé “estranea” e al tempo stesso “nemica”. Matteo “fragile” nel veder scorrere i successi del Matteo “solare”, può essere stato spinto in “buffet delirante” sfociato nella violenza dell’accoltellamento. Il fallimento della sua vita gli veniva mostrato quotidianamente sul luogo di lavoro e poi infine anche nella vita privata.

Prima di  scagliarsi sul suo omonimo, l’assassino ha gridato:“Giù la mani da mia sorella!”..
Non è un caso. La sorella, infatti, potrebbe essere stata “il” pretesto, l’elemento scatenante. Probabilmente l’omicidio non si sarebbe mai consumato se non ci fosse stato, tra i due, un elemento affettivo ad incrociare le loro vite. Insomma, un elemento sanguigno. Ed ecco che con molta probabilità viene giustificato, nella sua mente fragile, il motivo per affrontare ed eliminare l’altro. Fisicamente.  

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