I Belgi li trattavano più o meno come prigionieri di guerra. Erano i lavoratori italiani della miniera del Bois du Cazier a Marcinelle vicino a Charleroi. Si erano sentiti spesso chiamare "musi neri" o "sporchi maccaroni". Siamo nel 1956, ma le condizioni di vita dei minatori emigrati riportavano ad almento 10 anni indietro, quando le misere baracche dove alloggiavano erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campo di prigionia per gli stessi tedeschi. 

Il Belgio si trovava in quegli anni in una situazione opposta a quella dell'Italia stremata da una guerra perduta. Aveva molte risorse e poca mano d'opera disponibile. Il nostro Paese invece mancava completamente di riserve energetiche, centellinate dai vincitori. 

Fu un accordo politico siglato nel 1948 dai governi di Roma e Bruxelles a portare decine di migliaia di italiani spinti dalla fame a lavorare nei pericolosi cunicoli delle miniere del Belgio. Braccia umane in cambio di carbone. Il contratto prevedeva per i minatori un periodo minimo di un anno di lavoro, pena l'arresto in caso di rescissione da parte loro. Per 8 anni fino al giorno della tragedia, gli italiani lavorarono giorno e notte in cunicoli alti appena 50 centimetri a più di 1000 metri dentro le viscere della terra, spesso vittima di esplosioni di grisù e di malattie gravi come la silicosi.

La speranza per 262 minatori, di cui 136 italiani, si spense poco dopo le 8,20 del mattino dell'8 agosto 1956. Nel pozzo N.1, un impianto obsoleto in funzione dal 1930, si verificò un incidente ad un ascensore carico di carrelli di carbone. Uno di questi sporgeva di alcuni centimetri dal vano di carico e per un errore umano fu fatto partire verso la superficie. L'attrito del carrello sporgente spezzò contemporaneamente cavi elettrici e tubazioni d'olio per macchinari ad alta pressione.

L'incendio si innescò immediatamente e invase presto le gallerie puntellate con travi di legno e prive di sistemi di sicurezza efficaci. Presto dai due pozzi della miniera iniziarono a levarsi alte colonne di fumo, mentre la squadra di soccorso del Bois du Cazier distava ben 1,5 km dall'impianto. Non fu neppure fermato il pozzo di aerazione, fatto che contribuirà ad alimentare l'incendio ed i gas letali da questo sprigionati. Le fiamme furono domate solo 24 ore dopo con l'ausilio dei pompieri di Charleroi, ma i superstiti furono soltanto 13. 262 cadaveri giacevano inghiottiti nelle gallerie, ed i quotidiani uscirono con il titolo a cinque colonne "Sono tutti morti".

Gli ultimi corpi furono recuperati il 22 marzo del 1957, mentre iniziava l'inchiesta sulle responsabilità della tragedia. Come prevedibile, la Commissione belga nella quale furono chiamati anche alcuni ingegneri minerari italiani, scagionò la società delle miniere del Bois du Cazier in un iter pieno di omissioni e vizi di forma. Nessuna tra le vittime ebbe giustizia né risarcimento in quell'estate di 60 anni fa quando la vita umana valeva una manciata di carbone.

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Per un approfondimento sulla storia del disastro di Marcinelle, segnaliamo il libro di Toni Ricciardi "Marcinelle, 1956: quando la vita valeva meno del carbone", da cui sono tratte le immagini della gallery di questo articolo.

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