Palermo, Veglia 20 giugno 1992

Percorso da dove è nato Falcone (piazza Magione) a dove ha concluso con l’ultimo saluto la sua esistenza terrena (S. Domenico).
Percorso che attraversa parte significativa di questa città degradata e disperata che tanto non gli piaceva, che gli cagionava sentimenti di ripulsa e avversione per lo stato in cui era ridotta e si andava riducendo.
Città che proprio per questo, perché tanto non gli piaceva, egli amava e amava profondamente, proprio come nel famoso detto di Josè Antonio Primo de Rivera “nos queremos Espana porque no nos gusta” (amiamo la Spagna perché non ci piace).
Si, egli amava profondamente Palermo proprio perché non gli piaceva.
Perché se l’amore è soprattutto “dare”, per lui e per coloro che gli siamo stati accanto in questa meravigliosa avventura, amore verso Palermo ha avuto ed ha il significato di dare ad essa qualcosa, tutto ciò che era ed è possibile dare delle nostre forze morali, intellettuali e professionali per rendere migliore questa città e la Patria cui essa appartiene.

Lavorare a Palermo, da magistrato, questo intento, fu sempre, fin dall’inizio, nei propositi di Giovanni Falcone anche durante le sue peregrinazioni professionali nell’est e nell’ovest della Sicilia.
Qui era lo scopo della sua vita e qui si preparava ad arrivare per riuscire a cambiare qualcosa.
Qui ci preparavamo ad arrivare e ci arrivammo, dopo lungo esilio provinciale, proprio quando la forza mafiosa, a lungo trascurata e sottovalutata, esplodeva nella sua terrificante potenza (morti ogni giorno, Basile, Costa, Chinnici, Dalla Chiesa).
Qui Falcone cominciò a lavorare in modo nuovo, e non solo nelle tecniche d’indagine, ma perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno.

La lotta alla mafia (primo problema da risolvere nella nostra terra bellissima e disgraziata) non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte (perché prive o meno appesantite dai condizionamenti dai ragionamenti utilitaristici che fanno accettare la convivenza col “male”), a sentire subito la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, della indifferenza, della contiguità e quindi della complicità.

Ricordo la felicità di Falcone e di tutti noi che lo affiancavamo quando in un breve periodo di entusiasmo conseguente ai dirompenti successi originati dalle dichiarazioni di Buscetta egli mi disse: “La gente fa il tifo per noi”.
E con ciò intendeva riferirsi soltanto al conforto che l’appoggio morale della popolazione dà al lavoro del giudice (simile affermazione è anche di Di Pietro).
Significava soprattutto che il nostro lavoro stava anche smuovendo le coscienze, rompendo i sentimenti di accettazione della convivenza con la mafia, che costituiscono la forza di essa.
Questa stagione del “tifo per noi” sembrò durare poco perché ben presto sembrò sopravvenire il fastidio e l’insofferenza al prezzo che la lotta alla mafia doveva essere pagato dalla cittadinanza.
Insofferenza alle scorte, insofferenza alle sirene, insofferenza alle indagini.
Insofferenza legittimante il garantismo di ritorno che ha finito per legittimare provvedimenti legislativi che hanno estremamente ostacolato la lotta alla mafia (nuovo codice) o hanno fornito un alibi a chi, dolosamente o colposamente, di lotta alla mafia non ha più voluto occuparsene.

In questa situazione Falcone va via da Palermo. Non fugge ma cerca di ricreare altrove le ottimali condizioni del suo lavoro.
Viene accusato di essersi troppo avvicinato. Viene accusato di essersi troppo avvicinato al potere politico. Non è vero! Pochi mesi di dipendenza al ministero non possono far dimenticare il suo lavoro di dieci anni.  
Lavora incessantemente per rientrare in condizioni ottimali in magistratura per fare il magistrato indipendente come lo è sempre stato.

Muore e tutti si accorgono quali dimensioni ha questa perdita. Anche coloro che per averlo denigrato, ostacolato, talora odiato, hanno perso il diritto a parlare.
Nessuno tuttavia ha perso il diritto anzi il dovere sacrosanto di continuare questa lotta. La morte di Falcone e la reazione popolare che ne è seguita dimostrano che le coscienze si sono svegliate e possono svegliarsi ancora.
Molti cittadini (ed è la prima volta) collaborano con la giustizia.
Il potere politico trova il coraggio di ammettere i suoi sbagli e cerca di correggerli, almeno in parte.

Occorre evitare che si ritorni di nuovo indietro.
Occorre dare un senso alla morte di Falcone, di sua moglie, degli uomini della scorta.
Sono morti per noi, abbiamo un grosso debito verso di loro.
Questo debito dobbiamo pagarlo – gioiosamente - continuando la loro opera.
Facendo il nostro dovere.
Rispettando le leggi anche quelle che ci impongono sacrifici.
Rifiutando di trarre dal sistema mafioso anche i benefici che possiamo trarne (anche gli aiuti, le raccomandazioni, i posti di lavoro).
Collaborando con la giustizia.
Testimoniando i valori in cui crediamo anche nelle aule di giustizia.
Accettando in pieno questa gravosa e bellissima eredità.
Dimostrando a noi stessi e al mondo che Falcone è vivo.

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti