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Cronaca

L'amarezza di Lucia Castellano: 'Don Barin? Era benvoluto da tutti, anche dai detenuti'

L'assessore ed ex direttrice del carcere modello di Bollate parla a cuore aperto del caso che ha coinvolto il cappellano di San Vittore: "Il vizio d'origine sta nell'istituzione carceraria"

Lucia Castellano, assessore a Casa, Demanio, Lavori pubblici, durante la presentazione della nuova Giunta del Comune di Milano. ANSA / MATTEO BAZZI

Don Alberto Barin, il cappellano di San Vittore arrestato per concussione e violenza sessuale nei confronti di sei detenuti, non è mai stato un parroco defilato che, come alcuni suoi colleghi, si limitava a dire messa o fornire una generica assistenza spirituale ai carcerati. «Era molto conosciuto nell'ambiente, e, per quella è che è stata la mia esperienza, anche benvoluto dai carcerati. Di lui tutti, anche gli operatori, parlavano bene» spiega Lucia Castellano, oggi assessore alla casa della Giunta Pisapia, fino al 2011 - e per vent’anni - direttrice di carceri, tra cui il carcere modello di Bollate, esempio possibile di una galera meno disumana e più attenta ai diritti dei detenuti.

«Per chi, come me, ha creduto all'utopia di poter riformare gli istituti carcerari quanto avvenuto è il segno di un fallimento», ammette Castellano non senza amarezza, per poi spiegare: «Il vizio d’origine sta nel carcere in sé, un’istituzione totale dove chiunque, dall'operatore al cappellano, dispone di un potere assoluto su chi si trova di fronte».

Detto da una che ha fatto la direttrice di carcere per quasi vent’anni suona come una resa.  
Io stessa mi sono resa conto di quanta responsabilità gravasse su di me anche solo quando dovevo decidere se dare l’ok ad autorizzare l'acquisto di un paio di scarpe per un detenuto. È un potere  assoluto, agli occhi di chi non può uscire, quello di cui godono il poliziotto, il volontario, il direttore, il prete. Perché da loro dipende la possibilità di avere uno shampoo per lavarsi i capelli, come nel caso del cappellano, o anche un permesso di qualche ora per andare a trovare la famiglia. Da loro dipende, in una parola, la dignità del detenuto. La vicenda di Don Barin, al di là delle risultanze processuali, la inquadro così. Il problema sono forse le istituzioni totali.  

Come ci è rimasta quando ha saputo?
Stupore. Grande amarezza.  Basta un solo episodio di questo genere, per inficiare decenni di riflessioni e lavoro per rendere gli istituti carcerari luoghi più umani. Vede, io non voglio giudicare secondo criteri moralistici. Non mi interessa che la persona accusata sia un prete. Né mi scandalizza il fatto che il sesso possa  diventare merce di scambio. Io non emetto sentenze morali. Ma quando questo scambio avviene non tra adulti consenzienti ma su un patto in cui una parte dispone di un potere pressoché assoluto sull’altra, mi devo interrogare sul senso del carcere in quanto tale.

Torniamo a Don Barin. Mai una chiacchiera o un pettegolezzo sul suo  conto?
Mai. Era un prete molto benvoluto. E poi le dico, se dal 2002 al 2011, nei nove anni in cui ho fatto il direttore di Bollate, avessi solo  sentito anche  un pettegolezzo, avrei cercato di capire, di fare un’indagine interna. Vede, quando un detenuto - nella condizione di cattività in cui si trova - arriva a anche solo ad accennare a qualcosa come un abuso, non lo fa mai a cuor leggero. Perché, nelle carceri, il detenuto ha  paura anche di parlare. E quando parla, spesso, è ormai troppo tardi.

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