Cronaca

Il romanzo della Trattativa, tra indagati eccellenti e verità mancanti

Dodici rinvii a giudizio, alla sbarra politica e mafia. La procura di Palermo conclude l'indagine sulla trattativa Stato-Mafia

Leoluca Bagarella (credits: Ansa)

Sarà il processo in cui lo Stato si specchierà di fronte alla mafia e verrà accusato di contiguità e trattativa. Si conclude dopo dieci anni da quando è iniziato il racconto, un’indagine che si è aperta in seguito alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio di Don Vito e che lacera il corpo dello Stato.

Dodici rinvii a giudizio, un unico banco su cui dovranno sedere ex ministri e i capi di Cosa Nostra per un reato che in Italia si imputa solo ai golpisti: “attentato a un corpo politico”. Dodici rinvii che portano in calce la firma del procuratore di Palermo, Francesco Messineo e del sostituto procuratore, Antonio Ingroia, colui che ha condotto l’indagine sulla trattativa Stato-Mafia.

E trattativa ci fu, secondo i magistrati della procura palermitana che in centoventi faldoni riassumono l’origine della trattativa, l’evoluzione e un epilogo che culminerebbe con l’ascesa di Silvio Berlusconi nel 1994 e la fine della stagione stragista. Ma chi sono gli imputati di quella che viene ritenuta l’abdicazione dello Stato a Cosa Nostra?

Nicola Mancino, ex ministro dell’Interno dal ’92 al ‘94 (l’unico che la procura accusa per falsa testimonianza), Calogero Mannino, all’epoca ministro per il Mezzogiorno (uno dei ministri bersagli della mafia), Mario Mori, comandante del Ros (colui che avrebbe condotto la trattativa insieme ad Antonio Subranni e Giuseppe de Donno, entrambi del Ros) e Massimo Ciancimino. Tutti mischiati con il vertice di Cosa Nostra: Totò Riina, Bernardo Provenzano, Giovanni Brusca, Leoluca Bagarella e Antonio Cina (medico di Riina e Provenzano). Una data fa da simbolo e inizio della trattativa: Palermo, 12 marzo 1992. Sul lungomare di Mondello viene ucciso l’europarlamentare Salvo Lima. E il primo avviso che la mafia lancerebbe allo Stato dopo che la Corte di Cassazione aveva confermato tutte le condanne inflitte nel corso del maxiprocesso voluto da Giovanni Falcone.

La mafia comprende che le pene diventano definitive e alza il tiro, dando inizio alla stagione delle stragi. I ministri siciliani si sentono bersagli, uno più degli altri: Calogero Mannino. E lui, secondo la ricostruzione della Procura a intavolare la trattativa attraverso uomini dei servizi al fine di individuare gli interlocutori giusti e «aprire la trattativa e sollecitare eventuali richieste di Cosa Nostra». Ma a far mutare e accelerare una tregua è la strage di Capaci. A quel punto, da quanto si legge, i carabinieri del Ros «su incarico di esponenti politici e di governo» instaurano un canale con Cosa Nostra.

Ma chi sono i pezzi politici che la autorizzano? Una verità che i magistrati hanno cercato interrogando Mancino, ma senza risultato e che lo fa essere imputato di falsa testimonianza per non aver rivelato i reali motivi che portarono all’avvicendamento con Enzo Scotti e sulle informazioni ricevuti dal vicepresidente Claudio Martelli che lo avrebbe informato dei contatti intercorsi tra Ros e Ciancimino, che Mancino nega.

La trattativa però continua, muta perfino nei protagonisti. Usciti di scena Ciancimino e Riina, a prenderla in mano sarebbero Provenzano e Dell’Utri. E’ proprio Dell’Utri a trattare, dalla ricostruzione della Procura, per conto di qualcuno. Le stragi si arrestano. Non le domande. Teoria o realtà? Toccherà ad altri giudici accertarne la veridicità della ricostruzione tra presunti interferenze di poteri (vedi Napolitano e la querelle che lo contrappone ai procuratori) e un addio, quello di Antonio Ingroia (starebbe per andare a ricoprire un ruolo per l’Onu in Guatemala) che è un addio tra le polemiche e quella ricorrente ricerca di un “testimone di Stato” che dica la verità. Inizia il romanzo delle stragi, un romanzo che non ha epilogo.

© Riproduzione Riservata

Commenti