C'è un potenziale assassino, c'è un movente, ci sono elementi oggettivi che legano l'indiziato al luogo del delitto, eppure l'indagine sulla scomparsa dell'imprenditore bresciano Mario Bozzoli, rischia di naufragare per sempre.

Manca il cadavere, manca la prova che l'uomo sia davvero morto.

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Certo, la moglie, i figli, gli amici non perdono la speranza di ritrovarlo in vita. Ma anche l'amore non può far chiudere gli occhi di fronte all'evidenza. Al momento non esiste la benché minima traccia che collochi Bozzoli fuori dalla fabbrica.

Quindi dobbiamo ragionare sull'ipotesi che sia rimasto dentro, e che non sia mai uscito vivo. Dobbiamo partire dalle parole della moglie, che la sera stessa racconta ai carabinieri delle paure del marito per i contrasti con i familiari nella gestione dell'impresa. Dalle parole dei dipendenti, che parlano di una strana fumata dei forni e degli impianti riattivati per una anomalia.

Non si troverà mai un cadavere, questo è abbsatanza certo. Ma se tutti gli esperti in materiale ferroso e metallurgico non riusciarno mai a trovare una traccia anche minima della morte di Bozzoli, ecco che allora il probabile assassinio rischia di rimanere per sempre senza un colpevole.

Chi si azzarda a imbastire un processo per omicidio senza un corpo? Pochi magistrati si avventurano in un sentiero così stretto, e non hanno tutti i torti. La conclusione, che potrà sembrare crudele, è che pur in presenza di un quadro investigativo chiaro, tutta l'indagine rischia di finire in un cassetto.

Anche se le analisi sulla morte dell'operaio Giuseppe Ghirardini dessero un esito ben preciso.

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