Cronaca

Faceshock: morire di social network

Viaggio tra i coetanei di Carolina Picchio, la ragazza di 14 anni che si è uccisa dopo essere stata messa alla gogna su Facebook

Carolina Picchio, 14 anni, in un'immagine tratta dal suo profilo Facebook (Credits: Ansa/Facebook)

di Marco Cubeddu*

Il sociologo francese Èmile Durkheim arrivava alla conclusione che il suicidio dipendesse più da dinamiche sociali che da problematiche individuali. E ammoniva dal considerare la società come mera somma di individui, trattandosi di un organismo più complesso di condivisione di istanze personali. La parola condivisione mi sembra la chiave per capire questa storia.

Arrivato in stazione, a Novara, domando la strada per Sant’Agabio, dove la notte tra il 4 e il 5 gennaio Carolina Picchio, quattordicenne stanca di vivere, si è gettata dal balcone del terzo piano, in via Tilde del ponte. Mi dicono: «È una brutta zona». Vado. E mi trovo davanti una troupe di Rete 4: «Qui non c’è niente» mi dice la giornalista «se ne sono andati tutti». Faccio un giro nel cortile dove alle 3 di notte Carolina Picchio è stata ritrovata senza vita. È brutto, tutto in cemento.

Un albero spoglio, orrendamente sfigurato, si staglia su una schiera di garage. Faccio un giro nel quartiere, uno spicchio a forma di V tra due strade più grosse, quasi un’enclave. Attacco bottone con una vicina di 17 anni. Ci raggiunge una sua amica: G, di 21. Fa l’animatrice all’oratorio del quartiere. «Carolina è stata una mia animata. Era bella, tutti i ragazzini la volevano. E le ragazze erano invidiose e la chiamavano puttana. Prima stava a Oleggio, in provincia, con la madre.

Ma lei non c’era mai, così è venuta a vivere qui dal padre. All’oratorio i ragazzini fumano le prime sigarette, hanno le prime esperienze sessuali e si fanno le prima canne. Se vuoi conoscere un po’ di suoi amici, prova domani al Pascal, la sua scuola. O al bar qui vicino». Vado al bar. Una musica latineggiante a tutto volume si alterna a pezzi hip-hop. Ordino un Negroni e attacco bottone con un po’ di ragazzi. Mentre trangugio quel drink disgustoso parte un pezzo dei Club Dogo che mi sembra orrendamente rivelatore. «Tira su le mani come se non te ne fotte un cazzo» è la prima frase che riesco ad afferrare. Qualcuno le tira su, gli altri continuano ad abbuffarsi di patatine straunte.

La canzone, mi dice un ragazzo, si chiama In discoteca, chissenefrega. «Adesso siamo tutti più grandi, dovevi venire prima» mi dicono. E penso: quanto è distante la mia vita da quella di questi ragazzini nati nel 1996, nel 1997 o, come nel caso di Carolina, nel 1998. Il 1998: solo a pensarci, mette l’ansia. Davvero, il 1998 è un anno in cui qualcuno nasceva. È l’altro ieri. Eppure nascevano gli adolescenti di oggi. E oggi qualcuno di loro è già abbastanza stanco da farla finita.

Ok, sulla strada verso l’albergo fermo una coppia di anziani, voglio capire cosa pensano loro. Signora, mi scusi, sto scrivendo un pezzo per una rivista sul suicidio di Carolina Picchio. «Beh, non abbiamo perso una Rita Levi Montalcini». Come, prego? «Era una poco di buono, non le ha viste le foto?». Sì, le ho viste. Ma verbalizzare una cosa del genere, di una quattordicenne suicida, è orribile. Orribile e indicibile. Eppure questa signora l’ha detto. E non è la sola. I messaggi su Facebook non si sono fermati col suicidio di Carolina. Anzi.

Dopo una notte di sonno faccio colazione in centro. Ho letto i giornali locali e sono davanti al liceo Pascal di Romentino, poco fuori Novara. Piove. Carolina veniva a scuola qui. Alla fermata dell’autobus parlo con alcuni suoi compagni. Hanno voglia di parlare. Mi guardo dall’esterno e vedo un tizio con un impermeabile blu, vari giornali in tasca, che parla con un nugolo di ragazzine che hanno 14 e 15 anni. Io ne ho appena compiuti 26. Eppure fra di noi c’è un muro.

Fatico a capire quando parlano, fatico a capire di che cosa parlano. Dicono frasi così semplici che sembrano scritte da un pessimo sceneggiatore. Se volessi risultare credibile, dovrei rielaborarle. Perché la loro verità non è verosimile: «Io non voglio avere la vita monotona di mia madre» mi dice Elena. «Io voglio restare così per sempre» dice V.

Ok, ma che cosa è successo? «L’hanno perseguitata». In che modo? Video? Foto? A voi è mai capitato? «No, cioè, vabbé, dipende. Per esempio, è normale se ti fanno una foto sul cesso, però io non me li farei fare i video». Un’altra ragazzina commenta: «Se si è suicidata solo per questo, allora io dovrei essere già morta». E un’altra: «L’ha fatto solo per fare scena». «Comunque» dice un’altra «nessuno conosceva Carolina come Carolina». 

Ed eccomi qua, alla fermata del pullman davanti alla scuola. Con me una quattordicenne brasiliana che ha dimenticato l’abbonamento. Chiamo un taxi, la porto a casa e penso che, in questi tempi in cui la paranoia regna sovrana, potrei essere arrestato in qualunque momento. E accusato di qualsiasi cosa. Sì, perché tra le accuse ai vari ragazzi indagati (qui chi dice sei, chi otto, chi molti di più) c’è anche quella di detenzione di materiale pedopornografico. E sono quasi tutti quindicenni.

Per sicurezza cancello i numeri di cellulare che le ragazzine mi hanno voluto lasciare. Adesso sono al ristorante dei genitori della seconda Carolina. Sua madre, che non vuole nomini il locale («Non voglio farmi pubblicità su queste cose»), mi racconta che anche sua figlia è stata insultata dagli stessi cyberbulli (usando davvero questa parola). Nascosti dietro ad account finti sul gruppo Facebook «RIP Carolina Picchio» le hanno scritto: «Ucciditi anche tu, brutta lesbica».

Mi apparto in un tavolino con Carolina 2. Anche lei 14 anni. Anche lei nata a giugno. «Suo padre e mia madre sono nati tutti e due il 10 luglio, siamo come sorelle: io ero la sua ragione, e lei era la mia follia» mi dice, mostrandomi un biglietto incollato sul suo quaderno. «È la scrittura di Carolina» dice «leggi». Leggo: «Giuro che per te ci sarò fino alla morte, finché morte non ci separi. Come due sposini».

Spiega: «Me l’ha scritto il 21 dicembre, che lei diceva finiva il mondo, e mi ha fatto vedere un video sul telefonino, in cui aveva montato le nostre foto insieme sotto a un pezzo tristissimo di proprio a questo tavolino dove siamo seduti io e te». Ma secondo te perché l’ha fatto? «La perseguitavano. Si era lasciata con Effe, che era il primo ragazzo con cui era andata a letto e di cui era innamorata. Aveva avuto un flirt, ma era tornata da lui. Lui però la insultava e anche tutti i suoi amici, e anche Emme, il ragazzo con cui stava dopo, la insultavano tutti, facevano scritte sui muri, le urlavano puttana fuori dalla pista di pattinaggio. E anche adesso c’è chi ha scritto su Facebook che si merita di finire all’inferno».

Che tipo era Carolina Picchio? «Era bellissima, alta 1,72, fortissima nel salto in lungo e innamorata del motocross». E poi? «Si truccava tanto, le piaceva farsi le foto, le piaceva… piacere. Ma quando eravamo sole era diversa. Pensa, da grande voleva fare la psicologa». Mi accompagna alle Mura, da quel gruppo di ragazzini con cui Carolina passava tutti i pomeriggi.

In questa specie di rovine accanto al conservatorio ci sono i graffiti con su scritto «Miss U», ci manchi, e i resti del suo nome scritto con sassi e candele, un tributo superstite della fiaccolata un mese dopo la sua scomparsa. Voi l’avete visto il video? «Non tutto, mi dava troppo fastidio» dice A. «Praticamente c’era lei, seduta sul gabinetto e loro le tenevano la testa e se la mettevano in mezzo alle gambe… ma almeno lì erano tutti vestiti» aggiunge M. Chi sono loro? «Effe non c’era, ma erano amici suoi. Gli altri indagati sono…».

E qui mi dicono i nomi di cinque ragazzi, due dei quali fratelli, più i genitori di questi ultimi. Ok, ma in pratica, che cosa è successo? «Una sera Carolina era a una festa di fichetti, quelli pieni di soldi che frequentava le sere in cui noi non potevamo uscire. L’hanno fatta bere troppo e si è sentita male. È andata in bagno e l’hanno seguita; lei barcollava, l’hanno circondata, le infilavano un dito in bocca e le chiedevano di fargli… Nel frattempo la filmavano».

Mi viene in mente una canzone de I cani, un gruppo elettro-pop romano: «I pariolini di 18 anni comprano e vendono motorini, danno le botte di cocaina, fanno i filmini con le quartine, perché, anche se non fosse amore, non per questo è da buttare». Le quartine sono, appunto, le ragazzine di prima superiore. Ho sentito che le nuove accuse riguardano una probabile violenza sessuale di gruppo, proprio a questa festa… «L’ho sentito anch’io, la festa era in un albergo che affitta la sala, e tra un video e l’altro…». L’altro? «Sì, ce n’era un altro, ma l’hanno cancellato subito».

Infatti il Politecnico di Torino sta analizzando l’iPhone di Carolina Picchio alla ricerca di altri video per cui si sono aperte due inchieste. È così che hanno riconosciuto i presunti colpevoli. Su cui pendono accuse pesanti: violenza sessuale di gruppo, diffusione di materiale pedopornografico e morte come conseguenza di altro reato. «I giornali hanno scritto tutto e il contrario di tutto. Un video, due video, violenza sessuale... La verità è che quello che chiamano cyberbullismo (continuano a usare davvero questa parola, ndr) l’ha uccisa».

Cioè? «La gente. La gente che la insultava. Soprattutto attraverso Facebook». Qualunque fosse il suo contenuto, è un fatto che il video di quella sera finisce su Facebook. Viene condiviso. A Carolina arrivano 2.600 messaggi di insulti in poche ore. Infatti la Procura di Novara indaga su Facebook per il reato di concorso in istigazione al suicidio della minorenne e per l’omissione di controllo sui contenuti pubblicati dai ragazzi sul social network.

Ma i social network sono anche lo strumento con cui il dolore per la perdita trova il suo sfogo. Svariate le pagine in cui Carolina continua a postare commenti, molte le lettere destinate direttamente a lei. Basta farci un giro per rendersi conto che l’emotività, sovraesposta, di ragazzini e adulti è della stessa matrice dell’odio che l’ha condannata. Il filo conduttore è un’illogicità di fondo e un fiume di parole senza filtri, senza nessuna rielaborazione, da condividere assolutamente.

Mi fanno leggere conversazioni con lei su Whatsapp, in chat su Facebook, mi mostrano foto e video (innocui) sui telefonini e le altre cose che hanno messo su Youtube. Mi colpisce uno, pubblicato da Carolina 2. Sotto il video, in cui le rivolge direttamente pensieri e ricordi, è montata una canzone del gruppo islandese (dal nome emblematico) Of monsters and men: «Soon it will all be over, buried with our past; we used to play outside when we were young and full of life and full of love (Presto non ci saremo più, seppelliti con il nostro passato; un tempo giocavamo fuori casa, quando eravamo giovani, pieni di vita e d’amore)».

Saluto i ragazzi con la promessa (che non ho mantenuto) di raggiungerli per un aperitivo al bar. «Scrivici su Whatsapp, se ritardi». Questi ragazzini hanno non solo un bisogno, ma un vero e proprio imperativo di condividere tutto. E tutti questi video e tutti questi messaggi, nel bene e nel male, sono quello che resta di Carolina. Una moderna lapide virtuale su cui postare (e ripostare) nuove epigrafi. Anche Carolina aveva affidato a Facebook il suo ultimo «stato»: «Con la gente ho già avuto troppa pazienza, non voglio più perdere tempo».

Non so cosa pensare del loro dolore, né delle loro colpe, né della loro fragilità. Penso che il bisogno di condivisione sia un imperativo antico. E che i social network siano una variante di forme di aggregazione millenarie. Forse il punto non è tanto censurare o punire, quanto riflettere su quali strumenti critici riusciamo a trasmettere alle nuove generazioni e su quali strategie di sopravvivenza siano necessarie in questo mondo, in cui il Grande fratello siamo noi.

Soprattutto per chi, come Carolina, «è stanco e non ce la fa». Perché il mondo dei quattordicenni di oggi è già radicalmente diverso da quando (pochi anni fa) con un romanticismo oggi in disuso i Baustelle cantavano a proposito di una ragazzina che si era tolta la vita: «Con una bic profumata da attrice bruciata “La guerra è finita” scrisse così».

*Marco Cubeddu, nato a Genova 26 anni fa, ha appena pubblicato con Mondadori il suo romanzo d’esordio, C. U. B. A. M. S. C. Con una bomba a mano sul cuore (372 pagine, 16 euro), dove descrive un’ossessione amorosa che si trasforma in una discesa agli inferi. A Cubeddu Panorama ha chiesto di fare un viaggio in una delle ultime drammatiche storie di cronaca italiane, a cavallo tra adolescenza, sentimenti e morte. (Twitter: @marcocubeddu)

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