Cronaca

Fabrizio Pellegrini e la cannabis terapeutica, una vicenda che fa riflettere

Il pianista che coltivava piante per curarsi ha scontato 2 mesi di carcere. E il dibattito sulla legalizzazione si riapre

fabrizio-pellegrini

Fabrizio Pellegrini fuori dal carcere di Chieti con il suo avvocato, Vincenzo Di Nanna, 2 Agosto 2016. – Credits: ANSA/ LORENZO DOLCE

Dopo quasi due mesi di carcere e dopo una mobilitazione del mondo politico e sociale, si è conclusa con gli arresti domiciliari la vicenda di Fabrizio Pellegrini, il pianista di 47 anni malato di fibromialgia, arrestato a giugno scorso, per aver coltivato piante di cannabis per curarsi. "È come tornare alla vita", ha detto il pianista al suo avvocato, Vincenzo Di Nanna, appena uscito dalla struttura detentiva.

- LEGGI ANCHE: Cannabis, che cosa prevede la proposta di legge per la legalizzazione

Per lui si era mobilitata parte del mondo politico e di quello sociale - il ministro Orlando aveva annunciato "verifiche" sul caso - che ne chiedevano a gran voce la scarcerazione. La vicenda di Pellegrini si inserisce nell'ambito del dibattito sulla legalizzazione della cannabis, con il disegno di legge che, arrivato in Aula per la discussione, è stato rinviato a settembre e con la raccolta firme per una legge di iniziativa popolare promossa, tra l'altro, da Radicali Italiani.

Gli avvocati di Pellegrini - Vincenzo Di Nanna, segretario di Amnistia, Giustizia e Libertà Abruzzo, e Giuseppe Rossodivita, segretario del Comitato Radicale per la Giustizia Piero Calamandrei - avevano chiesto il differimento della pena per infermità fisica e proposto in via subordinata l'applicazione della detenzione domiciliare. Il magistrato di sorveglianza in via provvisoria ha concesso la detenzione domiciliare. Così Pellegrini è tornato nella sua casa di Chieti. "Salutiamo con soddisfazione l'accoglimento del ricorso e la disposta scarcerazione: un provvedimento che gli salva la vita - commenta Di Nanna - I vistosi ematomi e gli altri insostenibili sintomi che si sono manifestati in seguito all'interruzione della terapia hanno reso l'uscita dal carcere un passo obbligato non solo dal punto di vista legale, ma anche umano. La magistratura ha saputo riconoscere la gravità della situazione e intervenire nel modo più adeguato. Ma fino a quando sarà la giustizia a dover riparare all'inadeguatezza della politica?", si chiede l'avvocato, parlando di "un caso emblematico delle contraddizioni del proibizionismo e dell'attuale quadro legislativo".

"A settembre ci sarà il processo di merito - annuncia il legale -, solleverò la questione di legittimità costituzionale dell'articolo 73 del Testo Unico che, nel prevedere la condotta di coltivazione come reato, non distingue tra uso personale e spaccio, ipotizzando quindi la violazione degli articoli 3 e 32 della Costituzione". 

© Riproduzione Riservata

Leggi anche

Commenti