Cronaca

Bossetti non ha rapito Yara

Per gli inquirenti la ragazza è salita volontariamente sul furgone. E quella che era un'ipotesi, è diventata realtà negli atti a chiusura dell'indagine

Massimo Bossetti, l'uomo arrestato per il delitto di Yara Gambirasio – Credits: Ansa

Yara Gambirasio e Massimo Bossetti si conoscevano. Quella che durante la fase delle indagini era soltanto una ipotesi sussurrata a bassa voce, con la chiusura dell’inchiesta e il deposito degli atti è diventata realtà. I carabinieri del Ros e la procura di Bergamo non hanno più dubbi e lo hanno scritto nero su bianco: fra la tredicenne di Brembate e il muratore di 44 anni accusato di averla ammazzata c’era un rapporto di semplice conoscenza, amicizia, simpatia, infatuazione, impossibile stabilirlo con certezza. In ogni caso, era iniziato almeno tre mesi prima della scomparsa, quando una testimone racconta di averli visti appartati nella macchina ferma al parcheggio davanti la palestra.

 


Frequentazioni pregresse

Negli atti si parla di “conoscenza” o “pregresse frequentazioni, le parole più neutre per classificare in maniera ufficiale qualcosa di impossibile da definire. Ma basta leggere le carte, mettere in fila gli elementi raccolti dagli inquirenti per ricostruire quella che per loro è la dinamica nella quale è maturato l’omicidio: Yara fa in modo di andare in palestra con la scusa dello stereo da portare alle compagne, poi esce dicendo di dover tornare a casa ma è consapevole di avere un margine di tempo prima che la mamma si insospettisca, incontra Bossetti al parcheggio e sale volontariamente dentro il furgone.

La prova scientifica

A supporto di questa tesi esiste una prova scientifica che dimostra la posizione seduta tenuta da Yara dentro il veicolo, ma soprattutto c’è una controprova inoppugnabile: nell’atto di chiusura delle indagini Massimo Bossetti è accusato di omicidio volontario aggravato e calunnia. Manca il sequestro di persona, un reato la cui assenza dimostra che per la procura Yara non è stata costretta con la forza a salire su quel furgone.

Questa è l’amara verità scritta negli atti degli inquirenti che, va detto, fin dalle prima battute non hanno mai cercato la figura del pedofilo che rapisce, tenta di violentare e uccide una bambina. No, la dinamica tracciata dalle analisi sul corpo di Yara fatte da Cristina Cattaneo dell’Istituto di Medicina Legale di Milano, era diversa. Raccontava di un uomo che quella sera era finito a Chignolo con Yara e che a un certo punto, per ragioni ignote, magari a causa della ribellione della ragazza o la minaccia di raccontare tutto, aveva sentito in pericolo la sua dimensione familiare e sociale e, in preda al panico, l’aveva colpita per poi fuggire e lasciarla agonizzante nel campo, dove Yara è morta a causa delle ferite e del freddo.

La testimonianza

Il quadro indiziario dell’accusa è stato completato grazie alla testimonianza di Alma Azzolin, che è arrivata soltanto quattro anni dopo la scomparsa di Yara, particolare su cui, c’è da scommettere, la difesa battaglierà a processo, ma intanto viene ritenuta credibile al punto da diventare l’anello che fino a ieri mancava: il contatto tra Yara e Bossetti.

Nel giugno 2014 la signora Azzolin è davanti al televisore quando vengono trasmesse le immagini dell’arresto del muratore bergamasco. La donna ha la sensazione di averlo già visto da qualche parte. Qualche mese più tardi, sempre alla tv, mandano in onda un servizio su Yara e mostrano una ripresa dall’alto del centro sportivo di Brembate. Azzolin ha un sussulto e corre dai carabinieri.

L'auto grigia

Racconta che tra agosto e settembre del 2010, mentre aspettava la figlia impegnata in attività sportive dentro il palazzetto dello sport, aveva visto entrare un’auto station wagon di colore grigio chiaro guidata da un uomo al volante che l’aveva fissata fino a spaventarla. La macchina si era fermata con il muso diretto verso la siepe in direzione di via Locatelli. Pochi minuti dopo aveva visto una ragazza entrare di corsa nel parcheggio e infilarsi in macchina. Azzolin aveva pensato al genitore venuto a prendere la figlia e si era tranquillizzata. L’uomo aveva fra i 35-40 anni, occhi chiari, viso scavato, mento affilato, capelli corti di colore castano chiaro. La ragazza dimostrava tra i 13 e 15 anni, alta 1,60, corporatura snella, apparecchio nei denti. La donna era uscita dal parcheggio e poi quando era rientrata la ragazza si era voltata “quasi come se non volessi farsi vedere”, mentre l’uomo continuava a fissarla.

In buona sostanza, Alma Azzolin si dice certa che l’uomo sia Massimo Bossetti, ma in un primo momento non si sente di mettere la mano sul fuoco riguardo a Yara. La donna viene sentita una seconda volta dai carabinieri che le mostrano nuove fotografie della giovane Gambirasio. Non ha più dubbi: è lei.

Il telefono

A questo punto i militari del Ros cercano di individuare la data esatta dell’incontro di cui parla la testimone. Attraverso incroci tra giorni di allenamenti e ricevute di ristoranti di arriva a ipotizzare la mattina di giovedì 9 settembre, si cerca la conferma della presenza di tutte le persone interessate attraverso i tabulati telefonici, ma qui manca l’ultimo tassello: “I dati raccolti sono compresi fra il 10 settembre 2010 e il 31 maggio 2011”. Mentre per quanto riguarda Yara, in quel giorno il suo telefono non registra traffico fino alle 19,51. In ogni caso, per gli investigatori la testimone è credibile, tanto che concludono “Bossetti Massimo e Gambirasio Yara erano indicati e riconosciuti dalla Azzolin proprio come i protagonisti dell’episodio avvenuto nel parcheggio”.

Gli atti ufficiali

È la prova delle “pregresse frequentazioni” di Yara e Bossetti, ed è il primo punto di una linea investigativa che viene tracciata negli atti ufficiali. Il 26 novembre 2010 non era un giorno di allenamento in palestra per Yara. La decisione di mandare lei in palestra a consegnare lo stereo viene presa dalla mamma lo stesso pomeriggio. Eppure quella mattina a scuola Yara dice all’amica Federica che andrà in palestra. Dalla quale esce alle 18,40 dicendo a una istruttrice “torno a casa perché è tardi, altrimenti la mamma si arrabbia”. È tardi, ma la prima telefonata della mamma preoccupata perché non la vede arrivare è delle 19,11, mezz’ora dopo. Messi insieme questi elementi, gli inquirenti ritengono probabile che Yara Gambirasio avesse un appuntamento e che fosse consapevole di avere a disposizione un breve margine di tempo.

Le fibre sui vestiti

Dopodiché, sempre secondo chi ha svolto le indagini, Yara di sua spontanea volontà sale sul furgone. A supporto di questa tesi, le indagini scientifiche svolte dai Ris di Parma, che hanno isolato tracce del tessuto dei sedili sui vestiti di Yara. Le fibre vengono trovate sui leggins soltanto all’altezza dei glutei e sulla zona posteriore del giubbino, parte bassa della schiena. Circostanza che fa pensare a Yara in posizione seduta, e che porta a escludere che la ragazza sia stata costretta con la forza.

Gli investigatori non credono all’ipotesi che Bossetti abbia rapito la ragazza per violentarla, perché se queste fossero state le sue intenzioni si sarebbe fermato prima in una delle tante zone deserte sulla strada e non sarebbe arrivato fino al campo di Chignolo. Un tragitto durante il quale Yara si sarebbe dimenata, avrebbe provato a sottrarsi al suo aguzzino, ma di questi tentativi ci sarebbe traccia sui vestiti, con fibre dei sedili presenti in modo più confuso rispetto a quella che appare come una seduta composta.

La sciarpa

Poi c’è la scarpa di Yara slacciata che fa pensare possa essere stata tolta e ricalzata. Si può ipotizzare che l’abbia persa correndo nel campo, ma la mamma ha assicurato che lei non andava in giro con le stringe aperte. Oppure si può pensare che l'abbia tolta.

Poi c’è il reggiseno, slacciato ma integro, con i gancetti in metallo intatti. E qui le ipotesi scritte negli atti sono due. O la mancata chiusura al momento in cui è stato indossato, che la madre ha escluso in quanto non abitudine della figlia. Oppure una “apertura manuale nelle fasi che precedettero l’exitus della sunnominata”.

Ci si rifugia nel latino per provare a rendere meno amara la realtà. Se la procura ha ragione, se l’accusa contro il muratore bergamasco è fondata, se gli elementi probatori raccolti sono validi, se è lui l’assassino, allora la verità è che Yara e Bossetti si conoscevano.

@carmeloabbate

 

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