Musica

PFM in classic: da Mozart a Celebration - recensione

Tra progressive rock e musica classica: un grande album

La cover di PFM in Classic

Che la PFM fosse grande, anzi grandissima, lo sapevo da quando ero bambino e ascoltavo le musicassette anni 70 di zio Emilio e zio Roberto. Oggi esce PFM in Classic, da Mozart a Celebration. E sono altri tre vinili (o due cd) da collezione sul serio, non solo per il marketing.
Con la solita acutezza, Marco Mangiarotti sul Resto del Carlino ha scritto ieri che "i temi della musica classica vi vengono inclusi nell'intreccio pertinente e impertinente di nuove partiture”. Verissimo.

Si va dal Flauto magico di Mozart al Guglielmo Tell di Rossini, registrato dal vivo e in trionfo col suggerimento al pubblico di partecipare, prima lentamente, alla cadenza del ritmo sempre più veloce. In mezzo spuntano la Danza Macabra di Saint-Saëns, quella Slava (la Prima) di Dvorak, il Nabucco e una Suite italiana che attacca a perfezione con l'omonima Sinfonia di Mendelssohn. Oltre al sapore d'antan di Promenade the Puzzle, Dove … Quando e Impressioni di Settembre.

Ma il capolavoro è l'Adagietto dalla Quinta Sinfonia di Mahler, con Mussida che attacca un assolo lunghissimo di chitarra per arrivare con la naturalezza più luminosa all'ingresso dell'orchestra. E questa poi, manco fosse parte musicale nuova, suona come un ponte verso un'altra luce, dove la chitarra continua a girovagare nel colore, se non nelle note e le armonie, della sconvolgente Sinfonia maneggiata anche da Di Cioccio e Patrick Djivas, col moog di Alessandro Scaglione. La Symphonic Orchestra è preparata e diretta (benissimo) da Bruno Sartori.
Tanto tempo fa parlando con Gianni Poglio, qui a Panorama, dissi che la musica è bella o brutta e la differenza non è qualitativa ma di quantità. Intendevo che Albachiara (una perla a caso) è suprema melodia in tre minuti e mezzo, e proprio la Quinta di Mahler (per esempio) un colosso musicale pensato, partorito e rivestito in un'opera che dura più di un’ora. E' come se Vasco Rossi avesse creato una silhouette di note da sistemare dopo e senza tanti obblighi teorici, mentre Mahler avesse realizzato tutt'insieme anima, corpo, storia e vestimenti d'un gigante. La grandezza del genio è differente, va da sé. Ma la bellezza delle melodie di entrambi, dico la loro sola bellezza di profilo, risponde alla stessa qualità dell'arte. 

In mezzo ci sono gli interpreti. Che per Albachiara devono riempire uno spartito minimo e quindi hanno da inventargli loro stessi qualche cosa attorno. In Mahler, invece, il dio unico è lui e sarebbe già un miracolo chi riuscisse a renderne, pure solo a freddo, ogni dettaglio della sterminata partitura.

La PFM non ha paura nel mettersi di fianco a questi dèi. Non a mischiare le musiche di tutti, badate, né a contaminarle fra di loro, che è termine ormai imbecille. Ma a innervare le proprie, questo sì, dentro radici tanto immense che hanno linfa per chiunque possa (ripeto, possa) berne. A prova d'una statura dei suoi tre artisti che riesce a dominare la forza di un cielo eterno. Signori assoluti della musica.

Twitter @NazzarenoCarusi

   
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