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I Black Keys accendono Roma - La recensione del concerto

Tredicimila fan per il duo americano del superhit Fever

Dan Auerbach dei Black Keys – Credits: Getty Images

Da una cantina-studio di registrazione di Akron, Ohio, ai palcoscenici dei più importanti festival internazionali. Questa la parabola artistica, in poco più di un decennio, degli americani Black Keys, che hanno ormai scalzato i White Stripes dalla vetta di duo rock blues più amato e “cool” del mondo.

L’altra sera all’Ippodromo delle Capannelle, location del Postepay Rock in Roma, il clima era più autunnale che estivo, ma l'esplosiva energia della band  formata dal cantante-chitarrista Dan Auerbach e dal batterista Patrick Carney ha riscaldato, con il suo blues distorto ed elettrificato, i 13.000 spettatori accorsi a Roma per l’unico concerto italiano del Turn Blue World Tour. Il concerto prende il via cinque minuti dopo lo scoccare delle ventidue e  l’inizio non poteva che essere affidato a un brano di El Camino, l’energico Dead and gone, l’album che nel 2011 li ha proiettati ai vertici delle classifiche internazionali e sulle copertine dei più importanti mensili di musica.

Curiosa la contrapposizione tra il testo struggente e la melodia contagiosa, un topos della produzione dei Black Keys, che accende immediatamente le danze frenetiche del pubblico. Si torna leggermente indietro nel tempo con Next Girl del 2010 , dal pluripremiato album Brothers vincitore di tre Grammy Award, e ancor più con Same old thing del 2008, per poi virare di nuovo nel porto sicuro di El Camino, con le scatenate Run right back e Gold on the ceiling, dove è grande protagonista la batteria incalzante, dritta e implacabile di Carney, scandita dal battito delle mani dei 13.000 di Capanelle. It’ s up to you è la prima canzone eseguita dal nuovo album Turn Blue, le cui atmosfere hendrixiane e psichedeliche sono sottolineate sui tre maxischermi dalle immagini distorte e a colori acidi della band.

In Money Maker Dan Auerbach, sempre più scatenato, si toglie la giacca e resta con una t-shirt aderente, per la gioia delle fan presenti, inginocchiandosi a terra per l’assolo di chitarra. Si rallentano i ritmi con la dilatata Bullet in the brain e con la malinconica Turn blue. Quest’ultima, title track dell’ultimo album, mette in mostra l’ottimo falsetto del cantante, dotato di una voce non troppo estesa, ma straordinariamente versatile ed efficace. Il ritornello di Howlin’ for you, brano utilizzato in numerosi film, serie televisive e spot, è cantato in coro da tutti i fan e viene ripreso anche al termine dell’ultima battuta. Con Nova baby, che Auerbach interpreta saltellando per tutto il tempo senza alcun apparente sforzo, si torna ai ritmi post-punk e alle distorsioni blues di El Camino. 

Gotta get away è un godibilissimo salto indietro nelle sonorità solari degli anni Sessanta, mentre la successiva She’s long gone è fortemente debitrice della lezione rock blues dei Led Zeppelin, in particolare per il riff di chitarra alla Jimmy Page. Siamo quasi arrivati alla fine del concerto, così il basso inconfondibile della hit  Fever provoca un boato e l’inevitabile video sugli smartphone. Gran finale con l’irresistibile Lonely boy, la canzone più famosa dei Black Keys, che scatena le danze perfino nella pacata tribuna stampa. Grandi applausi, buio, richiesta a gran voce del bis. Dan e Patrick ritornano sul palco e regalano una splendida versione di Little black submarine, brano dal sapore western che, dopo un lungo e morbido arpeggio, esplode nel finale con le furiose schitarrate di Auerbach e con la batteria quasi tribale di Carney. Il concerto, bis compreso, è durato un’ora e mezza, ma va detto che i brani del duo superano raramente i tre minuti. La brevità dell’esibizione è ampiamente compensata dalla sua intensità e dal notevole impatto live dei Black Keys, che hanno messo a fuoco un sound compatto, incalzante e cantabile. Il loro successo è la dimostrazione che, anche nel 2014, si possono vendere milioni di album senza pregiudicare affatto la qualità musicale.

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