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Economia

Province: cancellandole lo Stato avrebbe risparmiato quattro volte di più

Con l'attuale riduzione prevista dalla riforma Monti i tagli alla spesa pubblica ammontano a soli 500 milioni di euro, secondo uno studio dell'Istituto Bruno Leoni

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La riduzione delle province dalle attuali 110 alle future 75 farà risparmiare allo stato circa 500 milioni di euro. Poca cosa rispetto a un taglio netto di oltre 2 miliardi alla spesa pubblica che si otterrebbe con la cancellazione totale di questi enti: si tratta di circa quattro volte di più.  

La stima è del think tank liberista Istituto Bruno Leoni, che in uno studio redatto (qui la sintesi in pdf) dal ricercatore Andrea Giuricin ha analizzato gli effetti della riforma Monti e l’andamento delle spese di questi enti locali, a metà tra regioni e comuni, finite spesso sotto i riflettori dei media negli ultimi anni.

Così, a sorpresa, si scopre che il problema non sono i costi della politica, ossia i compensi destinati a presidenti, assessori, consiglieri provinciali e portaborse vari: secondo lo studio, che ha rielaborato i dati Istat, sia con il taglio delle 35 province sia con l’eliminazione di tutte il risparmio per le casse dello Stato sarebbe comunque esiguo e pari a 70 milioni nel primo caso e al doppio (140 milioni) nel secondo.

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Il grosso, infatti, si otterrebbe solo con una cura thatcheriana, che significa tagli soprattutto per l’amministrazione e controllo, vale a dire l’apparato che serve per mantenere in piedi il livello provinciale. Quindi, tagli al personale.

Il risparmio in questo caso passerebbe dai 249 milioni con la riforma Monti a quasi un miliardo eliminando tutte le province. Una somma pari, del resto, si otterrebbe attuando economie di scala in seguito all'eliminazione di tutte le province, ossia dal trasferimento dei servizi gestiti attualmente da questi enti a regioni e comuni. Con la riforma Monti il risparmio su questo fronte è di appena 150 milioni.

Giuricin, a proposito, fa l’esempio del trasporto pubblico locale, che a livello comunale è gestito da monopoli finanziati da comuni e regioni, a livello interurbano dalle province, mentre il trasporto ferroviario dei pendolari dalle sole regioni.

Risultato? I tre livelli "comportano maggiori costi e inefficienze del sistema che si ripercuotono con un maggiore costo per i contribuenti". Insomma, più tasse per i cittadini, che nel biennio 2009 – 2010 sono aumentate a livello provinciale del 4,1% anche per compensare i trasferimenti dallo Stato diminuiti del 2,6%.

Già, perché si scopre che alla fine le province tagliano, ma solo gli investimenti (le spese in conto capitale nel biennio sono scese del 24% con buona pace delle imprese), mentre non riescono a ridurre i costi del personale o gli altri costi legati alla gestione corrente. "Un dato molto preoccupante", chiosa l’Istituto Bruno Leoni.

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