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Soldi

Educazione finanziaria: gli italiani ancora all'ultimo posto

Termini come spread sono ormai di uso comune, ma il 50% dei giovani non sa cosa sia un'obbligazione

Operatori alla Borsa di Milano in una foto d'archivio (ANSA / DANIEL DAL ZENNARO)

Non fatevi ingannare dal successo della parola spread , termine tecnico in uso tra gli addetti di borsa e da due anni sulla bocca di tutti.

Già, perché i colpi di grancassa suonati dai media per attirare l'attenzione sulla finanza (e i suoi lati oscuri, quasi quanto le sue parole) sono serviti a poco: il livello di educazione finanziaria degli italiani continua a rimanere tra i più bassi nei Paesi sviluppati.

Colpa anzitutto della scuola, dove l'economia e la finanza trovano spazio solo negli istituti tecnici commerciali. Di mezzo, poi, c'è anche una diffusa cultura assistenziale: alla pensione, dicono gli italiani, ci penserà lo Stato. E così fino a 40 anni ignorano la previdenza integrativa e anche quelle conoscenze necessarie per non perdersi in questa giungla.

Non deve stupire, quindi, che la classifica dell'ultima edizione del World Competitiveness Index, elaborato come di consueto dall'Imd, veda l'Italia al 44esimo posto in materia di diffusione dell'educazione finanziaria e all'ultimo tra i Paesi del G8.

E non sono bastate le iniziative istituzionali e private, moltiplicate negli ultimi anni, per sensibilizzare gli italiani ai temi della finanza personale. Tra gli ultimi, gli approfondimenti con esperti del settore al Salone del Risparmio 2013 e al meeting dell'Efpa 2013, l'ente europeo certificatore per i consulenti finanziari.

L'impressione, insomma, è che senza un intervento sui programmi di formazione primaria e secondaria, difficilmente si riuscirebbe in futuro a sconfiggere l'analfabetismo finanziario dilagante nella Penisola, visto che il 46% degli italiani oggi, cioè poco meno della metà, dichiara di non avere alcun tipo di educazione finanziaria, mentre solo il 18% ha ricevuto una preparazione di questo tipo a scuola, almeno secondo una recente indagine di Tns e ING Direct.

Un dato che emerge con maggiore forza dall'indagine della Doxa, relativa al 2011, che si è focalizzata proprio sui giovani, i quali su questo punto non se la cavano affatto meglio dei loro padri: il 50% tra i 18 e i 29 anni non sa cosa sia un'obbligazione , l'83% non riesce ad orientarsi nel risparmio gestito, mentre solamente il 50% dei titolari di un contro corrente è in grado di leggere correttamente il proprio estratto conto.

Ma se lo Stato non lo fa, chi sale in cattedra per parlare di finanza? Secondo la Fondazione Rosselli, i soggetti che promuovono iniziative sul fronte formativo in ambito finanziario sono ad oggi soprattutto le banche (68%) e, in minima parte, le fondazioni bancarie e le authority.

I dati, relativi al 2012, mostrano inoltre come l'ambito per il quale i clienti chiedono una maggiore formazione (e informazione) sia quello degli investimenti e del risparmio (77% degli intervistati), mentre le percentuali per i conti correnti, mutui e prestiti si fermano rispettivamente al 3 e 42%.

Numeri che dovrebbero far riflettere, alla luce degli sviluppi di nuovi sistemi previdenziali e alla diffusione degli strumenti del risparmio gestito. E in quest'ottica il tema dell'educazione finanziaria è fondamentale anche per arginare i rischi del fai – da - te.

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