Soldi

Dieci consigli per diventare milionari

Università, lavoro, lifestyle: quali percorsi, secondo gli esperti, permettono di accumulare più in fretta un capitale

Poniamo che tu sia fresco (o fresca) di diploma e che il tuo obiettivo sia ritirarti tra i 60 e i 65 anni con un patrimonio di un milione di euro che ti permetta di vivere in assoluta serenità la vecchiaia e assicurare a chi ti sta vicino continuità ereditaria. Utopia? In realtà l’impresa, anche in tempi di crisi come questi, potrebbe rivelarsi meno ardua del previsto. Basta pianificare razionalmente le proprie mosse sin dall’inizio, affidarsi alla fortuna e a un pizzico di follia ma soprattutto seguire le orme di chi ci è riuscito prima di te. Non sono pochi: secondo il World Wealth Report 2013, pubblicato da Capgemini e Rbc Wealth Management, in Italia gli individui che dispongono di un patrimonio liquido di almeno un milione di euro lo scorso anno hanno raggiunto quota 176 mila, in crescita del 4,5 per cento sui dodici mesi precedenti. Un dato che decuplica se a contanti e titoli aggiungiamo anche immobili e oggetti da collezione. In Gran Bretagna il mese scorso ha fatto scalpore l’inchiesta How to make a million del Daily Telegraph, che incrociando le banche dati fiscali ha tracciato le caratteristiche del benestante medio locale. Si possono trarre informazioni utili dall’identikit di chi ha raggiunto questo status anche da noi, magari trasformandole in consigli? Panorama ha provato a farlo, con l’aiuto di alcuni esperti.

Università: segui la tua strada, ma guarda al mercato. Non c’è dubbio che essere laureati aiuti, e molto: secondo ilDaily Telegraphil 20 per cento dei laureati britannici riesce a raggiungere entro i 55 anni la fatidica soglia del milione (di sterline, peraltro, quindi oltre 1,2 milioni in euro) mentre tra chi non ha fatto l’università la quota crolla al 6 per cento. Non esistono dati analoghi sull’Italia, ma il report più recente di Almalaurea (il network degli atenei italiani dedicato al montoraggio del percorso lavorativo degli ex studenti) evidenzia come, a parità di età e di ambito lavorativo, lo spread in busta paga tra un laureato e un semplice diplomato sia in media del 13-14 per cento per poi raggiungere, a fine carriera, punte del 50. Naturalmente ci sono facoltà e facoltà, e la scelta resta una dirimente fondamentale: "In linea generale il consiglio è quello di seguire i propri interessi, ma di farlo con un occhio al mercato" sottolinea Piero Silvaggio, presidente della branch italiana di Horton International, tra i primi dieci gruppi di executive search del mondo "Le facoltà economiche, ingegneristiche e matematiche continuano ad assicurare uno sbocco occupazionale più rapido e meglio retribuito, sia in Italia che all’estero, ma questo non significa che chi è più a suo agio con l’ambito umanistico debba farsi violenza pur di avere successo. Certo, però, deve declinare i suoi corso verso esigenze più specifiche". Qualche esempio? Turismo orientato alle nicchie, valorizzazione in chiave web 2.0 dei beni artistici e culturali, digitalizzazione dei testi antichi, lingue straniere non convenzionali: tutti ambiti ancora poco battuti ma la cui domanda è destinata a salire nel nostro Paese.

Non smettere mai di specializzarti e distinguerti. Un ragionamento analogo andrebbe fatto per master, specializzazioni, corsi post laurea ed Mba, altri snodi fondamentali per mettere il turbo alla propria carriera e dunque al proprio reddito. "Le possibilità di scelta sono ormai molto ampie, forse troppo" afferma Silvaggio "e questo rischia alla lunga di standardizzare i curricula. Vale soprattutto per il mercato del lavoro italiano, dove purtroppo la situazione è meno rosea che altrove". Altri dati messi in fila dal consorzio Almalaurea confermano le parole del cacciatore di teste: a cinque anni dalla fine dei corsi soltanto uno studente su 3 indica l’aver frequentato un master come determinante per il proprio percorso di carriera. Più del 60 per cento di chi già aveva un lavoro, inoltre, mantiene comunque l’occupazione precedente al corso di specializzazione. Qual è dunque la soluzione migliore per valorizzare un’esperienza del genere, alla quale spesso corrisponde anche un oneroso investimento? "Il primo consiglio è di sottopesare i trend del momento, scegliendo qualcosa di attinente alle posizioni che si vogliono raggiungere e non a quella già occupata" aggiunge Silvaggio "Il secondo è di preferire l’estero, sempre e comunque, per motivi di network lavorativo e di curriculum: non servono Harvard o Cambridge, anche un ateneo anglosassone o americano di secondo piano colpisce di più di uno italiano di fascia alta".

All’estero senza perdere tempo. A proposito di estero, anche l’assioma che un periodo di scambio o soggiorno durante gli anni universitari costituisca un vantaggio competitivo vale fino a un certo punto. "La mobilità giovanile resta un fattore premiante all’interno dei curricula" conclude Silvaggio "a patto però che non diventi un fattore ritardante, come capita spesso agli studenti italiani, e che sia davvero l’occasione per aggiungere al carnet competenze e conoscenze". Un semestre in un’università cinese per imparare la lingua e fare network con i futuri laureati di un Paese in crescita, insomma, può andare benissimo, mentre lo stesso periodo trascorso dietro il bancone di uno Starbucks di Londra ritarda soltanto il momento in cui si inizia a guadagnare, rendendo più ostico il cammino di avvicinamento al milione.

Cambia spesso azienda... Hai iniziato a lavorare e ora il tuo obiettivo è monetizzare al massimo gli anni di attività scalando il più in fretta possibile i gradini aziendali? Uno dei pochissimi punti sui quali le ricerche italiane e quelle di matrice anglosassone concordano è che per farlo devi abituarti all’idea di cambiare spesso ambiente. "Esistono decine di persone entrate da stagiste e arrivate ai vertici dello stesso gruppo, ma è molto più frequente il contrario: spostarsi, oltre a favorire le offerte al rialzo, consente di acquisire nuovi stimoli, contatti e competenze che torneranno utili negli anni a venire" dice Silvaggio. "Un tempo le imprese italiane curavano il percorso dei loro dipendenti solo a parole. Oggi nemmeno quello" sintetizza Gianfilippo Cuneo nel suo libro Cambiare azienda per fare carriera (Egea) "per cui è probabile che le sirene migliori, soprattutto nella prima fase di carriera, arrivino dall’esterno. In linea di massima vanno seguite, se c’è la possibilità". Con due avvertenze: la prima è quella di non farsi condizionare solo dallo stipendio ma anche dalle prospettive e dal team con cui si lavorerà. La seconda è che il gioco diventa più rischioso con l’avanzare degli anni, soprattutto se non parliamo di primissima linea manageriale: "Per un neolaureato è possibile fare qualche sbaglio: a 35-40 anni il cambiamento deve essere pensato molto bene, a 50 si deve sapere che è l’ultimo errore che si può fare" conclude Cuneo.

... Oppure fondane una. Secondo l’Eurostat in Europa il 14 per cento di coloro che sono titolari di impresa vanta un patrimonio personale superiore al milione di euro, mentre la quota precipita al di sotto dell’8 per cento tra i lavoratori dipendenti. In Italia i valori sono analoghi, anche se pesa molto di più il fattore ereditario: da noi gli imprenditori che hanno seguito il business di famiglia pesano per il 40 per cento sul totale, all’estero la media è intorno al 20. A maggior ragione, se non sei nato benestante, per provare a diventarlo devi concederti qualche rischio in più.  

Risparmia poco ma costantemente. Nei Paesi Ocse il picco dell’accumulo patrimoniale, immobili compresi, si raggiunge di solito alla vigilia della pensione: accade lo stesso in Italia, dove gli individui di età compresa tra i 55 e i 64 anni vantano un patrimonio medio di 275.200 euro, contro i 230.800 della media di Eurolandia e i 195.200 della Germania. Un dato che fa il paio con lo stile di vita dei grandi ricchi del pianeta, spesso contraddistinto da risparmi contenuti ma costanti: "Disciplina, pazienza e razionalità: le tre regole auree dell’investimento di Warren Buffett sono valide anche in questo caso" spiega Roberto Russo, amministratore delegato di Assiteca Sim "Al di là del fiuto dei singoli, della posizione lavorativa e delle scelte di vita, accantonare costantemente piccole somme, specie per chi ha la fortuna di ragionare su un’ottica di medio/lungo periodo, è la ricetta vincente per asicurarsi una vecchiaia serena. Non tutti i miliardari del mondo saranno parsimoniosi allo stesso modo, ma di certo tutti sono stati oculati nelle loro scelte". Lo conferma anche il già citatoWorld Wealth Report, dove si legge che quasi un quarto delle ricchezze dei milionari (italiani compresi) arriva da investimenti "poveri", come i titoli di Stato e le obbligazioni a basso rischio, mentre oltre un terzo riposa nei conti correnti.

Vai dove nessun altro vuole andare. Per raggiungere traguardi importanti bisogna fare ogni tanto qualcosa di folle, come diceva Steve Jobs. E gli esperti concordano sul fatto che un cambio di rotta a 360 gradi possa risolversi in qualcosa di molto salutare, sia dal punto di vista della carriera che delle altre opportunità: "Tutti coloro che sono diventati milionari si sono posti, a un certo punto della loro vita, obiettivi che la maggior parte di chi li circondava giudicava irraggiungibili o almeno rischiosi" osserva Steve Siebold, autore del bestseller Come pensano i ricchi. Per questa ragione che la crescita della loro ricchezza è, molto spesso, esponenziale: vanno da un milione, a dieci milioni a trenta milioni". Questo non significa che avrete successo solo speculando sull’oro o cercando di fondare la nuova Facebook: "Magari basterebbe accettare quel posto in Kazakhstan che tutti i vostri colleghi hanno rifiutato" ragiona Silvaggio "o proporre al vostro capo un’idea di diversificazione a cui nessuno aveva pensato prima". È la stessa conclusione a cui è giunto Tom Corley, un ricercatore americano che ha esaminato le biografie di 233 imprenditori di successo nel mondo, scoprendo che quasi l’80 per cento di loro ha svoltato grazie a un’idea che non aveva nulla a che fare con il suo percorso precedente.

Sposati giovane (e cerca di non divorziare). Anche vita privata e accumulo di ricchezza sono strettamente correlati, come dimostrano ancora una volta i numeri. Contrariamente a quanto si pensi, i super ricchi sono piuttosto fedeli: il 78 per cento degli uomini che compaiono nellaTop500di Forbes risultano sposati da tutta la vita con la stessa donna. In Europa il 16 per cento dei coniugati ha raggiunto il fatidico traguardo del milione, dato che scende di oltre tre punti tra i single e i risposati. Se le nozze arrivano presto, dicono gli esperti, è ancora meglio. "Chi si sposa giovane è incentivato a cercare percorsi più remunerativi sin dall’inizio della carriera e a risparmiare di più per assicurare un futuro stabile al nuovo nucleo familiare che, contemporaneamente, ne può sostenere scelte e sacrifici" concorda Luigi Grassi, consulente indipendente di finanza comportamentale "Le statistiche dimostrano inoltre che una volta raggiunta l’età matura, il patrimonio di una coppia si depaupera più lentamente di quello di un single, perché nel corso degli anni chi è coniugato ha investito di più su elementi come casa, previdenza integrativa e coperture assicurative". Il tutto a patto di non separarsi, naturalmente: nei Paesi occidentali il divorzio, specie se in presenza di prole, è la causa di erosione patrimoniale più marcata e repentina. Rupert Murdoch ha avuto tre mogli, ma poteva permetterselo: per te un passaggio dall’avvocato divorzista potrebbe allontanare definitivamente il traguardo del milione. 

Fai almeno un figlio (ma non più di due). Per le stesse ragioni, nonostante la matematica ci porti a ipotizzare l’opposto, anche diventare genitore enfatizza la propensione alla ricchezza di uomini e donne. "Avere un figlio comporta maggiori uscite, naturalmente, rallentando la capacità di accumulo di ciascuno" osserva ancora Grassi "Ma allo stesso modo orienta gli investimenti familiari in maniera più conservativa e spinge almeno uno dei due coniugi, quando non entrambi, a cercare il prima possibile un aumento di stipendio". Ancora una volta i numeri ci sono di conforto: l’87 per cento dei super ricchi e l’86 per cento dei benestanti hanno messo al mondo almeno un erede, oltre il 60 per cento ne ha dati alla luce due. Tutti gli indicatori, però, iniziano a capovolgersi a partire dal terzo figlio: più la prole aumenta, più alto è il rischio di rimanere intrappolati nelle fasce medio-basse di reddito, indipendentemente dall’area geografica e lavorativa di provenienza.

Compra casa molto presto (oppure molto tardi). In Italia, dove il 77 per cento dei cittadini è proprietario della casa in cui vive contro una media europea di poco superiore al 50, sappiamo bene quanto la componente immobiliare sia importante. "Visti i tassi d’interesse odierni, che sono i più bassi della storia, propendo anche io per questa ipotesi" dice Russo "Comprare oggi, soprattutto se si è giovani, può essere un primo investimento che concorre in ottica di lungo periodo a comporre una parte sostanziale del proprio patrimonio di vecchiaia. Inoltre un primo investimento di questa entità è responsabilizzante e spinge a massimizzare i guadagni per ridurre i rischi di insolvenza". Se l’acquisto non arriva nei primi anni di carriera, però, è meglio soprassedere: "Con il passare del tempo le pretese abitative crescono e il mutuo può diventare in proporzione più oneroso di un affitto, oltre a limitare la propensione alla mobilità lavorativa" ammette Grassi. Meglio allora orientarsi sull’acquisto quando si è già prossimi alla pensione e si può ottimizzare l’impiego del proprio patrimonio, come è d’abitudine tra Stati Uniti e Inghilterra: qui il 44 per cento delle abitazioni complessive e il 10 per cento di quelle più costose vengono acquistate nella fatidica fascia 55-64.

 

 

 

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