Economia

The Economist: l'Europa può salvarsi puntando sulla mobilità dei lavoratori

Ma le barriere, culturali, linguistiche e di opportunità, sono ancora troppe

Una manifestazione a Parigi: "Salviamo i nostri lavori!" dice il cartello (Credits: David Vincent, AP/La Presse)

Il tasso di disoccupazione in Europa continua a crescere, l'andamento delle economie del Vecchio Continente alterna a qualche stentato miglioramento numerosi passi indietro. E The Economist propone, per attenuare questi problemi, di aumentare la mobilità della forza lavoro all'interno dei confini dell'Unione.

In effetti, se invece di considerare il tasso di disoccupazione aggregato si osservano i dati delle singole nazioni, è subito evidente che mentre paesi come Spagna e Grecia (sopra il 20%) ormai non sanno più cosa inventarsi per creare anche solo una manciata di nuovi posti di lavoro, Austria, Germania e Olanda (sotto il 10%, con Amsterdam sotto il 5) restano, tutto sommato, virtuose.

Questo sarebbe già un motivo sufficiente per far aumentare la mobilità all'interno dell'Europa. E dopo aver constatato che i più penalizzati dai continui tagli del personale sono giovani che, sulla carta, dovrebbero conoscere almeno un paio di lingue straniere e essere in grado di trasferirsi all'estero con maggiore facilità, seguire il suggerimento di The Economist potrebbe diventare ancora più facile, e utile!

E invece è stato calcolato che la mobilità nell'Europa a 27 non arriva nemmeno allo 0,4%. Praticamente niente rispetto al 2,5% scarso degli Stati Uniti o all'1,5% dell'Australia. Va detto che spostarsi all'interno dello stesso paese, dove barriere linguistiche e culturali non dovrebbero esistere, è molto più facile che trasferirsi all'estero. Ma anche la mobilità degli europei all'interno dei confini nazionali non arriva all'1%.

Salvo un paio di eccezioni, in Europa le differenze di reddito per parità di potere d'acquisto non sono così significative. Uno stato sociale particolarmente generoso garantisce sussidi cui nessuno vuole rinunciare. E l'alternativa di costruirsi una posizione e un futuro migliore all'estero continua a essere percepita non come un'opportunità, ma come un salto nel buio.

Va aggiunto che molte normative europee non vanno certo incontro alle esigenze di chi si vuole spostare. Trasferendosi in taluni paesi si corre il rischio non solo di perdere i contributi accumulati fino a quel momento ai fini della pensione, ma anche di cadere nell'incubo della doppia tassazione.

Anche le professionalità dei lavoratori immigrati non vengono riconosciute con grande facilità. Indipendentemente dalla loro tipologia. Qualche anno fa la Commissione Europea aveva identificato circa ottocento professioni che avrebbero potuto essere riconosciute in maniera automatica. Dopo lunghi negoziati l'accordo è stato trovato solo su sette. Nel 2011 Bruxelles ci ha riprovato proponendo la creazione di una "carta professionale" che riassumesse le competenze dei singoli lavoratori. Ma anche in questo caso sono stati fatti pochissimi passi avanti.

Le categoria più svantaggiata è quella degli impiegati pubblici. Perché a molte posizioni si accede esclusivamente per concorso, e questi ultimi sono riservati solo a candidati "nazionali". Ma anche perché, evidentemente assumere stranieri, ancorché europei, non piace. Un caso emblematico è quello degli insegnanti. In Inghilterra gli stranieri sono solo il 2,5% del totale. In Portogallo lo 0,7%, in Grecia lo 0,4. In Italia? Talmente pochi che non vale nemmeno la pena contarli.

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