Economia

Sergio Marchionne contro Volkswagen

Il numero uno della Fiat definisce "sanguinosa" la politica dei prezzi della casa tedesca. Ma questa volta il Governo risponde, e chiede conto sul progetto Fabbrica Italia

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Sergio Marchionne amminsitratore delegato del gruppo Fiat-Chrysler (Credits: Fabio Ferrari - LaPresse)

Sergio Marchionne come Mariarosa l'invidiosa, indimenticato “caracter” di una pubblicità animata degli Anni Sessanta: non riuscendo a vendere le sue auto in Europa, e nemmeno granchè bene in Italia, attacca la politica dei prezzi della Volkswagen e la definisce “sanguinosa”. Ma stavolta il governo italiano batte un colpo – anche se affidando l'onere al sottosegretario allo Sviluppo economico, Claudio De Vincenti, non proprio il premier - che ha risposto in Aula alla Camera a una interpellanza presentata dal capogruppo Pd in commissione Lavoro, Cesare Damiano promettendo finalmente una verifica del governo sugli impegni di “Fabbrica Italia”: è questa, in fondo, la vera notizia, questo quanto chiedevano da un anno – invano – i sindacati, questo ciò che il premier Mario Monti aveva fatto finta di non capire, per non rispondere, in tante occasioni pubbliche finora.

La cronaca “rilevante” si riassume quindi in questo scambio di battute, apparentemente decorrelate le une dalle altre ma in realtà interconnesse.

Marchionne: “La politica di sconti aggressivi messa in atto da Volkswagen è un bagno di sangue sui prezzi e sui margini. Non ho mai visto una situazione così difficile, la Commissione europea dovrebbe coordinare una razionalizzazione del settore in tutte le compagnie, e quelli che davvero non si sono mossi in questo senso sono i francesi e i tedeschi, che non hanno ridotto minimamente la capacità”.

Ridurre la capacità significa chiudere fabbriche, e due giorni fa Marchionne aveva infatti ribadito che “le attuali deboli condizioni del mercato probabilmente si confermeranno nei prossimi 24-36 mesi", e “gli investimenti in Italia, pur confermati, non potranno non essere condizionati dall'andamento del mercato che non è mai stato così debole". Già lo scorso febbraio in un'intervista Marchionne aveva posto l'accento sulla necessità di riuscire a lavorare in modo competitivo per gli Usa, perchè in caso contrario la casa automobilistica torinese sarebbe stata costretta a cessare l'attività in due siti italiani.

Di ultimatum in ultimatum, la sorte di Cassino – in particolare – ma forse della stessa Mirafiori diventa di giorno in giorno più incerta.

Il governo: era quindi ora che il governo decidesse di vederci chiaro e ha annunciato in aula di volerlo fare: “È chiaro che Fiat con il progetto Fabbrica Italia ha preso degli impegni e che il governo italiano intende monitorare e verificare il fatto che questi impegni siano mantenuti”, ha detto il sottosegretario Claudio De Vincenti. “È anche chiaro che il progetto ha subito una battuta di arresto dovuta alla crisi del mercato europeo dell'auto che ha cambiato lo scenario”, ma “noi crediamo che mantenga la sua validità di fondo e quindi vada rilanciato in riferimento al cambiamento di scenario. Il governo attribuisce grande importanza al fatto che il gruppo Fiat mantenga cuore produttivo e cervello imprenditoriale in Italia e che il nostro Paese resti al centro delle strategie Fiat”.

La vera notizia non sta quindi nel nuovo funesto presagio-messaggio lanciato da Marchionne – chiudere un impianto – ma nella risposta del governo. La vera stravaganza del giorno, invece, risiede nella scelta di Marchionne di attaccare la Volkswagen, che se pratica sconti macinandio utili è in realtà grazie alla qualità dei prodotti e, certamente, a quel “fattore campo” grazie al quale i tedeschi pagano meno il credito, la logistica e l'energia di quanto le paghino gli italiani. Ma non il lavoro, che lassù costa più caro ed è più produttivo non perchè gli operai lavorino meglio o di più ma perchè gli impianti sono più efficienti.

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